Born in the UK Il racconto disilluso di Barât e Doherty

“Il nostro primo disco è nato dal panico e dall’incredulità per il fatto che ci era stato permesso di stare in uno studio; il secondo è nato nella guerra totale e nella miseria; il terzo è nato dalla complessità; per questo è come se fossimo stati tutti nello stesso posto, alla stessa velocità, e davvero in sintonia”. Carl Barât descrive così il nuovo Lp de The Libertines, uscito quasi dieci anni dopo Anthems for Doomed Youth. Il ritorno (è l’album della complessità) del 2015, post successo, scandali, eccessi, prime pagine sui tabloid scandalistici. Un primo tentativo (riuscito) di smarcarsi dall’ingombrante corollario dei “giorni d’oro” vissuti dal gruppo negli anni Zero. Registrato in Giamaica, All Quiet ci ricorda perché, ai tempi, tutti i riflettori (al netto del lungo elenco di “varie ed eventuali” di cui sopra) fossero puntati su di loro. Ci sono brani orecchiabili come il post hangover jazzato di Baron’s Claw, ottimi brit rock (Run Run Run e Oh Shit), con intatto lo spirito sbarazzino degli esordi, canzoni scritte per un ascolto a tarda notte (Man With The Melody) e ballad con inaspettate aperture orchestrali come Songs They Never Play On The Radio e la sua coda da “cazzeggio in studio”, a riprova di uno spirito cameratesco e d’amicizia ancora vivo....
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