Fabrizio Bosso Quartet: gran finale per CremonaJazz

Gran finale per l’edizione 2018 di CremonaJazz: domani sera alle 21 l’Auditorium Giovanni Arvedi ospita il trombettista Fabrizio Bosso, luminoso talento del jazz italiano. Insieme con il solista torinese si esibisce il suo trio di riferimento: il pianista Julian Oliver Mazzariello, Jacopo Ferrazza al contrabbasso e Nicola Angelucci alla batteria. I quattro musicisti sono affiancati da un sestetto d’archi diretti da Paolo Silvestri, raffinato arrangiatore di molte pagine conosciute e amate anche del grande pubblico. L’ensemble è formato da Prisca Amori, Elton Madhi, Luca Bagagli e Zita Mucsi (violini), Alessandro Maria Muller (violoncello) e Igor Barbaro al contrabbasso. In questo concerto, “You’ve changed” - immortale canzone firmata da Carl Fisher nonché titolo di un suo cd del 2007 -, Bosso restituisce gran parte della propria poetica: un incontro di varie culture e sensibilità, in cui confluisce l’amore per la canzone - senza alcuna distinzione di genere o di epoca -, i grandi standard del jazz e del soul-blues, arrivando fino ai classici della nostra canzone d’autore: Paolo Conte, Gino Paoli e Bruno Martino e Domenico Modugno, le cui pagine rivivono nell’album “Italian Songs” (2008). Anche il Morricone di Nuovo Cinema Paradiso è una delle molteplici facce attraverso le quali è possibile leggere lo straordinario talento di Bosso. Parliamo con il trombettista pochi giorni prima dell’esibizione cremonese.
Maestro, ci piacerebbe conoscere qualcosa in più sui primi approcci musicali. Sappiamo che suo padre era musicista. Cosa l’ha spinta, successivamente, allo studio della tromba?
«In casa mia è sempre circolata molta musica, di vario genere. I miei ascolti sono sempre stati eterogenei e, aggiungo, di qualità: da Ornella Vanoni, Gino Paoli, Luigi Tenco, Fabio Concato fino alle big band di Count Basie e Duke Ellington. Il mio primo approccio con l’improvvisazione è avvenuto con i dischi di pop: ai tempi del conservatorio mi divertivo a suonare su questi brani, sviluppando così la vena melodica. Più tardi mi sono avventurato negli Standard. Il fatto di essere circondato da musicisti – mio padre trombettista, mio zio e mio nonno batteristi – mi ha aiutato molto e mi ha fornito molti stimoli. Un concerto che mi ha folgorato è stato quello di Dizzy Gillespie, ad Aosta, ascoltato quando ero già studente di tromba. Quel concerto, probabilmente, ha rappresentato un’ulteriore conferma di ciò che avevo già in animo: diventare un concertista jazz»
Maestro, ci piacerebbe conoscere qualcosa in più sui primi approcci musicali. Sappiamo che suo padre era musicista. Cosa l’ha spinta, successivamente, allo studio della tromba?
«In casa mia è sempre circolata molta musica, di vario genere. I miei ascolti sono sempre stati eterogenei e, aggiungo, di qualità: da Ornella Vanoni, Gino Paoli, Luigi Tenco, Fabio Concato fino alle big band di Count Basie e Duke Ellington. Il mio primo approccio con l’improvvisazione è avvenuto con i dischi di pop: ai tempi del conservatorio mi divertivo a suonare su questi brani, sviluppando così la vena melodica. Più tardi mi sono avventurato negli Standard. Il fatto di essere circondato da musicisti – mio padre trombettista, mio zio e mio nonno batteristi – mi ha aiutato molto e mi ha fornito molti stimoli. Un concerto che mi ha folgorato è stato quello di Dizzy Gillespie, ad Aosta, ascoltato quando ero già studente di tromba. Quel concerto, probabilmente, ha rappresentato un’ulteriore conferma di ciò che avevo già in animo: diventare un concertista jazz»
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