Con Fresu e i Virtuosi classici senza confini

1 FEB 18
Ultimo aggiornamento: 18:3516 MAG 25
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«C’era una volta la “terza corrente”, che cominciò col Modern Jazz Quartet del pianista John Lewis: improvvisazione in smoking, incontro tra Bach, swing e barocco. Poi, l’entrata in scena di Dave Brubeck: un altro pianista cresciuto nella musica classica, che riusciva a tenere assieme Take Five e Arte della
fuga. Scorrendo gli anni, i jazzisti Keith Jarrett e Chick Corea, entrati senza troppi complessi nelle sonate di Haendel e Mozart, fino al Clavicembalo ben temperato, senza dimenticarsi di Gershwin, che in Rhapsody in Blue aveva proposto un connubio di nuovo e vecchio mondo.
rappresenta il trionfo della costruzione formale». Principiavano così, nell’edizione 2014 del Festival Monteverdi, le note di sala scritte dal violoncellista Andrea Nocerino per il concerto di Paolo Fresu, “Back to Bach”. La magia del trombettista sardo si rinnova martedì prossimo, 6 febbraio, all’Auditorium “Giovanni Arvedi”. Il musicista di Berchidda è il secondo ospite della rassegna “Concerti all’Auditorium”, felice rilettura del repertorio colto attraverso inusitate vesti sonore.
Dopo l’applaudito duo fisarmonica-mandolino di Ksenija Sidorova ed Avi Avital, il barocco rivive nella cifra jazzistica offerta da Fresu e l’ensemble dei Virtuosi Italiani diretti da Alberto Martini, co-ideatore del programma. L’orchestra dei Virtuosi è quella spiritualmente più affine nel creare questa contaminazione crossover: il loro repertorio spazia da Vivaldi a Shostakovich, incrociando il proprio percorso con la polifonia stilistica di Uri Caine, Goran Bregovic, Chick Corea e Ludovico Einaudi.
Maestro Fresu, ispirandomi al saggio di Calvino “Perché leggere i classici”, riprendo questo titolo come domanda, traslandola al mondo della musica.
«Sul perché leggere, allargando in ambito universale, risponderei senz’altro che leggiamo per la passione e per la curiosità che muove ognuno di noi. Trovo che la musica classica - il barocco, specialmente - abbia molte affinità con il jazz: sono due mondi molto vicini, più affini di quanto si pensi. Un esempio di questa vicinanza è il mio lavoro più recente: la rivisitazione del Laudario di Cortona (raccolta del 1250, testimonianza più antica di melodia su testo in lingua volgare italiana, ndr) inciso con l’Orchestra da Camera di Perugia. Più si va indietro nel tempo e più penso che la musica assuma un carattere popolare, qualità che è proseguita, anche se solo in parte, nei secoli successivi. Il jazz è l’ultima propaggine di questa qualità, pur con evoluzioni che hanno assunto sfumature e inclinazioni diverse.
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