Con il Kronos Quartet musica senza confini tra Dvorak e Hendrix

18 MAG 17
Ultimo aggiornamento: 18:2416 MAG 25
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«C’è chi colleziona insetti, chi francobolli, chi dischi. Io colleziono esperienze musicali». Da questo pensiero, espresso dal violinista David Harrington, si comprende perché il Kronos Quartet è stato definito “un modo d’essere, proporsi, esplorare, creare dimensioni e stimolare i compositori a farlo”. Il fondatore del quartetto americano è ospite, domenica sera, del penultimo concerto di CremonaJazz 2017, insieme con i suoi compagni di viaggio, John Sherba (violino), Hank Dutt (viola) e Sunny Yang al violoncello. La formazione da camera più eclettica e sorprendente degli ultimi decenni porta la propria voce sul palcoscenico dell’Auditorium “Giovanni Arvedi”. Alle 21 di domenica, dopo un programma deciso al momento, i musicisti del Kronos attingeranno a un vastissimo repertorio: dal minimalismo alla musica etnica, dal rock al jazz, passando per le contaminazioni con l’elettronica. Oltre, ovviamente, alle pagine della tradizione colta come Bartòk, Shostakovich e Webern. La voracità artistica del Kronos permette loro di indagare anche le pagine riprese dalla settima arte. I loro archetti hanno commosso il pubblico di tutto il mondo attraverso le note di “The Beatitudes”, pagina di Vladimir Martynov che ha accompagnato alcune fra le scene più suggestive de “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino.
Cogliamo David Harrington durante un viaggio di ritorno dalla Francia.
Maestro, il Kronos Quartet è apprezzato da un pubblico foltissimo anche per le scelte di repertorio, molto vicine alla sensibilità moderna. Quali sono secondo lei, i brani che hano segnato gli ultimi cento anni?
«A caldo penso a tre opere che, grazie alla loro originalità, genialità e profondità, hanno generato nuovi scenari attraverso i quali immaginare la musica. Sono “La Sagra della primavera” di Igor Stravinsky, “In C” di Terry Riley e “Black Angels” di George Crumb. La ‘Sagra’ ha spalancato al grande pubblico la prima porta d’ingresso verso una musica nuova, quella del secolo ventesimo; il brano di Riley, invece, ha cambiato e rivoluzionato il modo stesso di ascoltare la musica. “Black Angels” (in questo brano, composto nel ‘71 si ascoltano bicchieri pieni d’acqua suonati con l’archetto, ndr.) rappresentava una risposta dell’Arte americana alla guerra in Vietnam. Fu il brano che mi ispirò, due anni dopo, a formare il Kronos Quartet. Altri brani e autori hanno avuto un’importanza fondamentale: il concerto di Monterey di Ravi Shankar, “Strange Fruit” di Billie Holiday, l’inno nazionale degli Usa suonato da Jimi Hendrix durante concerto di Woodstock, “Groung” di Zabelle Panosian... Penso anche che l’Arvo Paart suonato al kantele da Ritva Koistinen abbia un valore emozionale universale, senza confini».
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