Il pianista di Yarmouk un canto sopra le macerie

Non sono l’inquadratura, la posa o il gioco di luci a fare di un’immagine l’icona di una storia, di una città e poi di tutte le storie e di tutte le città. Sono i rumori a fare dello scatto di Niraz Saied, fotoreporter siriano tra le vie di Yarmouk, il simbolo della speranza sotto le bombe: il boato dei missili che sventrano le case, il silenzio delle macerie e il suono del pianoforte di Ayham Ahmad, “il leggendario pianista di Yarmouk”.
Altri, poi, lo hanno seguito, fotografato, ascoltato: un giovane segnato dalle miserie della guerra che, passata la pioggia che devasta, trascina il suo pianoforte in mezzo alle strade deserte e inizia a suonare. Mozart, Beethoven e canzoni scritte da lui che denunciano e parlano di speranza, mentre il campo si svuota, migliaia di profughi fuggono mentre le loro case trincee a dividere lealisti e miliziani.
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«Un giorno, mentre suonavo nel campo insieme a dei bimbi, una ragazzina mi disse che quello era il primo momento in cui si sentiva felice da tanto tempo. Mi disse che aveva paura dei ribelli, della guerra, ma quando suonava e cantava con me e con i suoi amici, riusciva ad essere felice. Prima delle bombe questi bambini avevano tanti momenti di allegria. Ma poi... durante la guerra non possono più essere bambini»
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Altri, poi, lo hanno seguito, fotografato, ascoltato: un giovane segnato dalle miserie della guerra che, passata la pioggia che devasta, trascina il suo pianoforte in mezzo alle strade deserte e inizia a suonare. Mozart, Beethoven e canzoni scritte da lui che denunciano e parlano di speranza, mentre il campo si svuota, migliaia di profughi fuggono mentre le loro case trincee a dividere lealisti e miliziani.
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«Un giorno, mentre suonavo nel campo insieme a dei bimbi, una ragazzina mi disse che quello era il primo momento in cui si sentiva felice da tanto tempo. Mi disse che aveva paura dei ribelli, della guerra, ma quando suonava e cantava con me e con i suoi amici, riusciva ad essere felice. Prima delle bombe questi bambini avevano tanti momenti di allegria. Ma poi... durante la guerra non possono più essere bambini»
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