L'organista della Cattedrale Fausto Caporali svela i segreti dell'improvvisazione tra liturgia e jazz «Musica d'arte per tutti. E senza essere superficiale»

Improvvisare e riarrangiare brani preesistenti. Chi eccelle con più creatività in queste pratiche musicali? I jazzisti. La risposta è incompleta: dobbiamo includere anche gli organisti. Per ragioni storico-musicali ben note, la tradizione organistica è uno dei pochi casi nel quale ll’interprete è quasi sempre un compositore. Certo, le tastiere delle chiese non sono cool quanto il violino o il pianoforte, ma nella stragrande maggioranza dei casi chi siede davanti alle tastiere delle chiese può vantare retroterra culturale che gli permette di muoversi fra le dodici note con la sapienza di un Keith Jarrett o di un Quincy Jones. Se ne ha l’ennesima riprova parlando con Fausto Caporali, l’organista della nostra Cattedrale.
Maestro, Lei ha suonato con gli ottoni della Scala, ha inciso le sei Sinfonie di Vierne. Al tempo stesso ha registrato un disco con riarrangiamenti di Bach per piano e organo e si accinge ad incidere altri due dischi con Enrico Rava e Antonella Ruggiero.
Maestro, Lei ha suonato con gli ottoni della Scala, ha inciso le sei Sinfonie di Vierne. Al tempo stesso ha registrato un disco con riarrangiamenti di Bach per piano e organo e si accinge ad incidere altri due dischi con Enrico Rava e Antonella Ruggiero.
A cosa si deve questa insolita commistione?
«Rientra nell’ambito di un mio desiderio: rendere popolare l’organo liturgico e rivolgermi ad un pubblico più vasto. Si può – e anzi, si dovrebbe, - rendersi popolari senza al contempo abbassare la musica ad un livello di intrattenimento superficiale. In una parola: si può ambire alla Musica d’Arte anche senza essere incomprensibili o elitari. Forte di questa convinzione ho registrato alcune trascrizioni/parafrasi dalle musiche tratte dalla colonna sonore di “Don Camillo e Peppone”; sempre con il fine di sintonizzarmi sulle orecchie sia dell’ascoltatore, sia dello specialista appassionato. È un compito non facile, soprattutto se si tiene conto che nelle chiese non c’è spazio alcuno per i repertori profani».
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«Rientra nell’ambito di un mio desiderio: rendere popolare l’organo liturgico e rivolgermi ad un pubblico più vasto. Si può – e anzi, si dovrebbe, - rendersi popolari senza al contempo abbassare la musica ad un livello di intrattenimento superficiale. In una parola: si può ambire alla Musica d’Arte anche senza essere incomprensibili o elitari. Forte di questa convinzione ho registrato alcune trascrizioni/parafrasi dalle musiche tratte dalla colonna sonore di “Don Camillo e Peppone”; sempre con il fine di sintonizzarmi sulle orecchie sia dell’ascoltatore, sia dello specialista appassionato. È un compito non facile, soprattutto se si tiene conto che nelle chiese non c’è spazio alcuno per i repertori profani».
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