Litfiba al Fillmore, il sapore degli anni Ottanta con il neo del gelo tra Pelù e Renzulli

13 APR 13
Ultimo aggiornamento: 15:5316 MAG 25
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Immagine di Litfiba al Fillmore, il sapore degli anni Ottanta con il neo del gelo tra Pelù e Renzulli
“Trilogia del Potere Tour”. Ovvero: c’eravamo tanto amati. A dire, Piero Pelù e Ghigo Renzulli, colonne e anime speculari dei Litfiba, tornano a condividere il palco dopo anni di reciproco allontanamento. Tornano a calcare le scene pescando nel passato, dall’83 all’89, e rimettendo sul piatto dischi d’oro come Desaparecido, 17 Re e Litfiba 3. Il trittico, la trilogia appunto, dedicata alle vittime di “tutti i poteri del mondo”, per dirla con Pelù. Ma lo fanno a modo loro, “separati in casa” da ferite evidentemente insanabili.
“We’re only in it for the money”, direbbe Frank Zappa a vedere i due sul palco, divisi da un paio di metri e al tempo stesso da un muro invisibile che impedisce loro di scambiarsi anche una sola occhiata nelle due ore di concerto. Così, al Fillmore di Cortemaggiore, l’avvio di serata suona freddo. Perfetto ma freddo. Le 22.10 quando Pelù e Renzulli guadagnano il palco. Con loro la formazione storica degli anni della “Trilogia”: Gianni Moroccolo al basso e Antonio Aiazzi alle tastiere. Alla batteria, Luca Martelli, a sostituire Ringo De Palma, scomparso nel ‘90.
Il locale di Cortemaggiore è foderato da almeno un’ora e mezza. E d’altra parte la data è sold out da settimane, così come sold out sono andate tutte le precedenti del tour iniziato il 26 gennaio a Mendrisio, in Svizzera e proseguito a Milano (4 date all’Alcatraz), Bologna, Padova, Novara. Biglietti polverizzati anche per i prossimi appuntamenti, a Napoli e Roma.
Il pubblico chiama, si accalca sotto il palco. Qua e là magliette storiche del gruppo fiorentino. Quarantenni e cinquantenni, perlopiù, anche se non mancano ragazzi che ai tempi di Desaparecido al massimo possono aver conosciuto sigle di cartoni animati.
Perfetti ma freddi, si diceva. Ghigo imbraccia la Strato rossa, Pelù entra di corsa, non lo degna di uno sguardo e aspetta l’attacco di Eroi nel Vento. La band è compatta, precisa. La ritmica spinge come un treno – è essenziale, quasi minimalista nel dettare il tempo. Ma il compito di basso, batteria e tastiere si ferma qui: dal punto di vista scenico non “bucano” più di quanto non faccia il Marshall di Ghigo. Dire Litfiba è dire Ghigo e Piero, inutile girarci attorno. E se il primo è l’anima musicale della band – misurato, quasi immobile, eppure sicuro nel suo caratterizzare i pezzi con pochi fraseggi –, il secondo è il solito “animale da palco”. Pelù corre da un angolo all’altro, si sbraccia, si china sul pubblico. Basta il suo sguardo pazzo a cancellare il grigio tra i capelli.
Ma tra i due non c’è feeling. La gente sembra accorgersene: risponde bene, ma non come dovrebbe. Pelù a sua volta deve intuirlo, se, dopo aver inanellato chicche come Tziganata, 
La Preda
, Transea e 
Istanbul
, in una breve pausa chiede: «È forse lunedì sera?». Scorrono Guerra e Versante Est, poi, su Apapaia, sotto il palco qualcosa si accende: la gente poga, canta con Pelù, lo segue in Pierrot e la Luna, si calma un poco con Ballata, poi riprende a scaldarsi con Elettrica Danza e Re del Silenzio. E quando la band attacca Gira nel mio cerchio, allora sì, allora per un momento il sapore di quegli anni sembra tornare. E se anche i due sul palco sono distanti anni luce l’uno dall’altro (con Pelù che in un paio di occasioni sembra addirittura voler irridere il chitarrista), negli “encore” escono finalmente i Litfiba. E Louisiana suona perfetta e anche calda, con quelle sue atmosfere sospese che sembrano l’ideale per annunciare i riff duri e taglienti delle successive Il Vento
, Santiago, 
Paname
, Ci sei solo tu, 
Corri
. È quasi mezzanotte quando il trittico finale inchioda il pubblico e lo porta a cantare ogni singola parola di Amigo, 
Resta, e una carica Tex a chiudere due ore di concerto.
Lo smalto c’è – più sottile che negli ottanta, ma c’è – e al mattatore nessuno insegna niente. Peccato per quel muro invisibile tirato su a metà del palco, a lasciare l’amaro in bocca e più di un dubbio sulla genuinità dell’operazione “Trilogia” – non a caso, da poco condensata in un Cd live.