Nelle movimentate osterie medievali

20 GIU 24
Ultimo aggiornamento: 20:2216 MAG 25
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La storiografia è concorde nell’affermare che, a partire dal Duecento e Trecento, le città, anche quelle di minori dimensioni come Cremona, furono luoghi dinamici e vivaci, di incontri, di scambi, scenari di una vita movimentata: entrare in una città medievale significava, dunque, entrare in un mondo pieno di colori, persone e confusione, che le fonti iconografiche restituiscono con efficacia.
In questa età di fermenti sociali emergono figure delle quali poco si parla, ma che rivestirono un ruolo significativo, quelle degli osti. Figure controverse, spesso raffigurate come simbolo di furbizia e avidità, individuabili nelle numerose immagini di rivendite nelle quali gli osti appendono furbescamente a stanghe in bella evidenza degli insaccati e della carne secca, alimenti molto salati e capaci di far aumentare la sete, che consentono loro di proporre anche, posati sul banco, brocche, bicchieri e bottiglie. Esiste, tuttavia, una netta distinzione fra la figura dell’oste e quella del taverniere, al quale spettavano compiti di ospitalità e ristoro che le fonti non attribuiscono al primo.
La bottega dell’oste sorgeva all’interno del dedalo di vie cittadine e nei mercati affollati, con ampia apertura, ben visibile nelle scene, sul fronte della strada, dove tavoli e ripiani richiamavano i potenziali avventori, ed era frequentata da persone di diversa estrazione sociale.
Data l’eterogeneità dei clienti, il lavoro dell’oste fu da sempre contraddistinto da compiti precisi e da disposizioni rigorose e minuziosamente disciplinanti la sua condizione sociale, fino a giungere a una regolamentazione corporativa di questo lavoro che valesse a definirne competenze e funzioni.
Infatti gli osti furono tra i primi a costituirsi in una Corporazione: ne è prova il fatto che gli Statuti comunali del 1388 riservano una particolare menzione a questo mestiere, forse in considerazione del fatto che già gli Statuta regis Roberti del 1313 avevano affermato all’epoca l’esistenza di un Paraticum Tabernariorum et Albergatorum. Entrambi i testi statutari usano il vocabolo tabernarius, di evidente derivazione dalla taberna latina, anziché quello di hoste, non attestato nelle fonti se non nelle varianti dialettali, a indicare la persona che esercitava questo mestiere...
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