Vivere dentro un “quasi”. Eppure c’è fame di vita

Cita Albert Camus (“Lo straniero”), Ivan Goncarov (“Oblomov”) e Alberto Moravia (“Gli indifferenti”) come sue principali fonti d’ispirazione, benché - per dirla con lui - «l’esperienza maturata a Milano, presso la Scuola Annuale di Scrittura “Belleville”, mi abbia permesso d’elaborare uno stile assai personale, funzionale alla trama che percorre tutto il mio romanzo». Dunque, è su solide letture che poggia l’abilità di scrittura di Samuele Cornalba, ventiquattrenne pandinese autore - ammiratissimo, nonché degno di gran lode anche sul web - di “Bagai”, l’opera di recente pubblicazione (inserita nel catalogo della casa editrice “Einaudi”, dentro la collana “Unici”) che ne segna il brillante esordio.
È un inizio di carriera, il suo, assolutamente promettente: in merito a “Bagai”, finora, è possibile leggere soltanto recensioni lusinghiere. Com’è avvenuto l’avvicinamento a una delle case editrici italiane più nobili e fra le meglio considerate?
«È merito di Walter Siti, che a tutti gli effetti mi sento di considerare il mio mentore. A Milano, egli spingeva noi corsisti a lavorare su un’idea, sviluppando la quale, in seguito, avrebbe potuto vedere la luce un racconto oppure - è il mio caso - un romanzo. L’idea che mi ha sempre pervaso era quella di focalizzare l’attenzione sul tema dell’indifferenza, un sentimento che sento appartenermi perché - lo confesso - mi è successo di sperimentarlo durante una breve fase della mia adolescenza».
«È merito di Walter Siti, che a tutti gli effetti mi sento di considerare il mio mentore. A Milano, egli spingeva noi corsisti a lavorare su un’idea, sviluppando la quale, in seguito, avrebbe potuto vedere la luce un racconto oppure - è il mio caso - un romanzo. L’idea che mi ha sempre pervaso era quella di focalizzare l’attenzione sul tema dell’indifferenza, un sentimento che sento appartenermi perché - lo confesso - mi è successo di sperimentarlo durante una breve fase della mia adolescenza».
Possiamo, allora, ipotizzare che sia stato piuttosto agevole “scolpire” la figura di Elia, il protagonista dell’opera. Una figura senz’altro affascinante, pur nella sua complessità. O forse, viene da pensare, affascinante proprio per questo.
«Elia è apatico nei confronti del mondo, perché - per sua stessa ammissione - “gli sembra di vivere dentro un ‘quasi’…”. Il suo microcosmo, lo vive piano e, soprattutto, lo vive molto male: se ne ritrae, fino a covare quel sentimento cui poc’anzi s’è accennato. Descriverne la vita, così come descrivere quella degli altri due protagonisti del testo (Camilla e Andrea), mi permette d’identificare “Bagai” come un romanzo di formazione. Questi tre giovani si affacciano alla vita, per la prima volta, in maniera seria: laddove Elia mostra evidenti segni d’indifferenza, ecco che Camilla dà prova di volersi prendere cura degli altri, mentre Andrea palesa molta voglia di fare, tipica di un ragazzo brillante sotto il profilo sia intellettivo sia caratteriale».
«Elia è apatico nei confronti del mondo, perché - per sua stessa ammissione - “gli sembra di vivere dentro un ‘quasi’…”. Il suo microcosmo, lo vive piano e, soprattutto, lo vive molto male: se ne ritrae, fino a covare quel sentimento cui poc’anzi s’è accennato. Descriverne la vita, così come descrivere quella degli altri due protagonisti del testo (Camilla e Andrea), mi permette d’identificare “Bagai” come un romanzo di formazione. Questi tre giovani si affacciano alla vita, per la prima volta, in maniera seria: laddove Elia mostra evidenti segni d’indifferenza, ecco che Camilla dà prova di volersi prendere cura degli altri, mentre Andrea palesa molta voglia di fare, tipica di un ragazzo brillante sotto il profilo sia intellettivo sia caratteriale».
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