In Italia l’arte è un “inutile ozio”   e in classe resiste il flauto dolce

19 OTT 23
Ultimo aggiornamento: 20:1016 MAG 25
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Virgilio (il poeta latino, non il vicesindaco del Comune di Cremona...) definiva la creazione artistica “ignobile otium”, ossia un ozio, qualcosa che viene coltivato nell’oscurità della vita privata e che non attiene al bene pubblico, alla pubblica utilità. Sarà forse per questo che da sempre in Italia l’arte è considerata un passatempo, più che una vera e propria professione. Ma non solo a queste latitudini, se il vecchio adagio “mal comune...” può essere chiamato in soccorso a lenire il dispiacere. Il grande scrittore polacco (naturalizzato britannico) Joseph Conrad era infatti solito ripetere: “Vai tu a fargliela a capire a tua moglie che quando guardi dalla finestra stai lavorando, non oziando...”, a sottintendere che alle volte il guardare nel nulla può essere un atto di meditazione, non necessariamente una perdita di tempo. Certo è che se lo scarso riconoscimento - a livello sociale, previdenziale, giuridico, legislativo - di coloro che svolgono attività artistiche si riscontra soprattutto nel Paese che l’arte l’ha inventata, è un doppio dispiacere, una doppia frustrazione. Famoso è l’episodio riferito dallo stesso Arturo Benedetti Michelangeli, probabilmente il più grande pianista della storia, il quale fermato da un agente perché guidava troppo velocemente (le automobili veloci erano la sua passione extramusicale: da giovane correva, anche, su percorsi difficili) declinò le sue generalità: “Cosa fa? Suono. Dove? Un po’ qua, un po’ là. Allora scrivo: girovago? Sì, sì, scriva pure girovago”...
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