Sapere e futuro, se la nuova sfida è “custodire l’umano”

Tra il morire del secolo XIV e i primi decenni del XV, si manifesta e diffonde in tutta Italia quel culto per l’antichità, come uno degli aspetti del Rinascimento. Esso è la prima e più appariscente manifestazione della nuova epoca che sta sorgendo, tanto che per molto tempo si è attribuito, erroneamente, a questo appassionato studio del mondo classico il merito di aver generato la nuova civiltà rinascimentale. Ma questo religioso pellegrinaggio lungo le antiche età era già esso stesso compiuto con animo profondamente nuovo. Era il segno, dunque, di una già sorta trasformazione spirituale, che pure l’umanesimo ha concorso ad accelerare.
Le biblioteche polverose dei monasteri vengono frugate in cerca di manoscritti, che restituiscono all’umanità opere classiche già smarrite o conosciute solo frammentariamente; la febbre delle ricerche dilaga e diviene sempre più forte; i dotti dicevano di andare a “disseppellire i padri”, a toglierli dagli ergastoli del lungo silenzio dell’età barbara.
L’unità culturale, nata dal comune amoroso studio del mondo classico, legava fra loro, anche senza che ne avessero consapevolezza, i dotti della penisola: era una prima unità spirituale, nata sia pure soltanto dalla comune sapienza, a dispetto del trionfante e superbo individualismo, ma essa era avviamento e base della più complessa unità che sarà raggiunta dal nostro popolo nei secoli successivi. I nostri dotti artisti diffonderanno in tutta l’Europa i frutti del nostro pensiero, i capolavori dell’arte accenderanno dovunque la luce della nuova civiltà fiorita nella penisola. Si getteranno così, attraverso l’unità della cultura, anche le basi di una comune coscienza europea, che prolungherà nei secoli l’opera universalistica già compiuta da Roma e che resterà, sul fondo delle differenziazioni nazionali, a produrre e giustificare l’unità della storia europea. Così l’Italia del Rinascimento, in questo nuovo primato, sembrava riconfermare una nuova missione di maestra e di guida nella civiltà....
Le biblioteche polverose dei monasteri vengono frugate in cerca di manoscritti, che restituiscono all’umanità opere classiche già smarrite o conosciute solo frammentariamente; la febbre delle ricerche dilaga e diviene sempre più forte; i dotti dicevano di andare a “disseppellire i padri”, a toglierli dagli ergastoli del lungo silenzio dell’età barbara.
L’unità culturale, nata dal comune amoroso studio del mondo classico, legava fra loro, anche senza che ne avessero consapevolezza, i dotti della penisola: era una prima unità spirituale, nata sia pure soltanto dalla comune sapienza, a dispetto del trionfante e superbo individualismo, ma essa era avviamento e base della più complessa unità che sarà raggiunta dal nostro popolo nei secoli successivi. I nostri dotti artisti diffonderanno in tutta l’Europa i frutti del nostro pensiero, i capolavori dell’arte accenderanno dovunque la luce della nuova civiltà fiorita nella penisola. Si getteranno così, attraverso l’unità della cultura, anche le basi di una comune coscienza europea, che prolungherà nei secoli l’opera universalistica già compiuta da Roma e che resterà, sul fondo delle differenziazioni nazionali, a produrre e giustificare l’unità della storia europea. Così l’Italia del Rinascimento, in questo nuovo primato, sembrava riconfermare una nuova missione di maestra e di guida nella civiltà....
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