Quando la sposa portava con sé la dote

Parliamo di donne. Forse nessun argomento è più appropriato della dote, istituzione scomparsa a seguito della riforma del Diritto di famiglia del 1975, quindi in epoca recente, così che pochi, probabilmente, ne conoscono la genesi culturale e la storia. Eppure, essa ha avuto nei secoli passati una straordinaria importanza per la vita delle famiglie: la sua preparazione e conservazione sono un rituale antico e come fenomeno di cultura possono essere valutate, di volta in volta, sotto aspetti di carattere economico, storico, sociologico, giuridico, persino simbolico. Per questo la dote è un istituto che non poteva che essere regolato fin dall’antichità anzitutto da norme di costume e da consuetudini che ogni società intendeva darsi; ma che a un certo momento della sua evoluzione dovette necessariamente essere disciplinato da norme del diritto e da atti notarili.
NEL MEDIOEVO
La documentazione cremonese di riferimento prende le mosse dal Medioevo ed è rappresentata dalle fonti principe del tempo, gli Statuti comunali, strumento di regolamentazione capillare di ogni aspetto di vita quotidiana, inquadrato in una ferrea e rigorosa disciplina. All’interno del testo statutario il tema della dote è esposto con un linguaggio giuridico di grande complessità, così che per ricostruirne gli aspetti è necessario sforzarsi di individuare tra le formule delle disposizioni gli elementi che sono in grado oggi di rivestire un carattere originale di conoscenza storica.
Emerge dalle norme statutarie l’immagine della condizione socio-giuridica delle donne fra XIII e XV secolo, con propaggini fino al XVIII: una donna che nella legislazione comunale viene definita unicamente come uxor, come moglie. Questo suggerisce un primo dato sul quale riflettere: la donna è presa in considerazione esclusivamente all’interno del matrimonio, confinata nel ruolo tradizionale di moglie e madre che la natura le ha affidato, senza alcuna realizzazione al di fuori delle mura domestiche. Questo ruolo, ristretto a una visione limitata all’interno della sfera familiare, senza contatto con il mondo circostante, la conduceva a un’influenza sociale pressoché nulla e ad assumere una posizione definita dal suo essere solamente portatrice di dote: elemento che diventa l’emblema della condizione femminile....
La documentazione cremonese di riferimento prende le mosse dal Medioevo ed è rappresentata dalle fonti principe del tempo, gli Statuti comunali, strumento di regolamentazione capillare di ogni aspetto di vita quotidiana, inquadrato in una ferrea e rigorosa disciplina. All’interno del testo statutario il tema della dote è esposto con un linguaggio giuridico di grande complessità, così che per ricostruirne gli aspetti è necessario sforzarsi di individuare tra le formule delle disposizioni gli elementi che sono in grado oggi di rivestire un carattere originale di conoscenza storica.
Emerge dalle norme statutarie l’immagine della condizione socio-giuridica delle donne fra XIII e XV secolo, con propaggini fino al XVIII: una donna che nella legislazione comunale viene definita unicamente come uxor, come moglie. Questo suggerisce un primo dato sul quale riflettere: la donna è presa in considerazione esclusivamente all’interno del matrimonio, confinata nel ruolo tradizionale di moglie e madre che la natura le ha affidato, senza alcuna realizzazione al di fuori delle mura domestiche. Questo ruolo, ristretto a una visione limitata all’interno della sfera familiare, senza contatto con il mondo circostante, la conduceva a un’influenza sociale pressoché nulla e ad assumere una posizione definita dal suo essere solamente portatrice di dote: elemento che diventa l’emblema della condizione femminile....
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