La furia iconoclasta contro la cultura russa: quanto durerà?

In questi giorni ci sono ancora soggetti affetti da turbe alla sfera della personalità - piaciuto l’eufemismo? - che si chiedono sui social come mai la Scala inauguri la stagione con l’opera di un autore russo, il Boris Godunov. Verrebbe da dire “Perché no?”, visto che si tratta di un capolavoro assoluto del teatro lirico, ma va da sé che questi poveri “leoni da tastiera” alludano implicitamente ancorché ingiustamente a qualcos’altro, facendo di ogni erba un fascio, come se Musorgskij e la grande tradizione musicale russa possano avere una qualche attinenza con la guerra scatenata oggigiorno da Putin. Sarebbe - per fare un parallelismo - come se ogni volta che noi italiani varchiamo l’oceano e sbarchiamo negli Stati Uniti venissimo ancora epitetati come “mafiosi” perché un secolo fa qualche nostro predecessore ha portato questa odiosa forma di criminalità da quelle parti. In ogni modo una risposta più nobile e autorevole l’ha data qualche giorno fa Riccardo Chailly: “L’arte non deve pagare lo scempio della guerra”, ha detto il maestro, replicando in qualche maniera a tutti quegli assurdi episodi di discriminazione verso la cultura russa perpetrati anche nel nostro paese da quando Putin ha ordinato l’orrenda guerra contro l’Ucraina, ovvero dallo scorso 22 febbraio. In questi mesi è successo di tutto, dalla sospensione del corso su Dostoevskij che il povero prof. Paolo Nori avrebbe dovuto tenere all’università Bicocca di Milano alla soppressione dei brani di autori russi nel programma del concorso violinistico Lipizer di Gorizia, casi che hanno fatto ridere...
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