“Sono molti gl’inciampi qua e là”

3 NOV 22
Ultimo aggiornamento: 19:54 | 16 MAG 25
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Ben ventisei anni sono trascorsi da quel 1996 che ha visto l’ultima rappresentazione a Cremona della Gioconda di Ponchielli, opera che ha patito un lungo oblio prima della messa in scena prevista in questi giorni. Mi piace allora tracciare un excursus sulla sua storia, non ovviamente con l’intenzione di discettare su questioni musicologiche, che non rientrano nelle mie competenze, ma piuttosto con quella di ricostruirne le tappe compositive desumendole dalle parole del suo autore, fonte privilegiata di conoscenze, nonché dalle testimonianze di periodici ottocenteschi che riferirono le reazioni di critica e pubblico alle varie rappresentazioni.
La genesi dell’opera fu tutt’altro che facile e più volte Ponchielli esprime uno stato d’animo angosciato e un misto di sentimenti che sfioravano la disperazione. Sappiamo dagli annali musicali che la Gioconda andò in scena per la prima volta alla Scala di Milano l’8 aprile 1876, alla chiusura della stagione lirica, a causa del ritardo nella consegna delle singole partiture, inevitabile conseguenza di un travaglio compositivo fatto di stesure, ripensamenti e riprese. Data la fine della stagione l’opera fu rappresentata solo per quattro serate. Fin qui la storia ufficiale.
Dalle parole di Ponchielli emerge anzitutto la ritrosia nei confronti del libretto di Arrigo Boito, testo che già dal 1874 il Maestro iniziò a musicare, ritenendolo però di genere non facile, dato l’elevatezza di concetti, del verso e difficoltà di forme. Una sfida che tuttavia egli accolse, forse non del tutto consapevole delle spinosità che avrebbe incontrato.
Scrivendo nel 1875 a Eugenio Tornaghi, responsabile di Casa Ricordi, il Maestro, dopo aver precisato di aver chiesto a Boito di modificare il libretto per renderlo “più scorrevole, più facile”, aggiungeva con tono alquanto pensieroso: così, è un affar serio - doppiamente serio quando penso alla riuscita generale dello spartito, atteso molti punti del libretto per i quali non sono persuaso affatto - io non ho l’esperienza che può avere una sommità, ma vedo a cosa bisogna attenersi per il pubblico italiano, e perché un’opera sia eseguibile dovunque, e giri. Parole che tradiscono la preoccupazione di non essere all’altezza del lavoro, data la sua innata insicurezza. Ansie e dubbi più volte replicati nella corrispondenza con coloro che più gli erano vicini, pochi per la verità, dal momento che il suo carattere non facile lo rendeva poco incline ad aprirsi....
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