“Respirare le storie delle persone”

Esistono luoghi dell’anima dentro i quali il senso di cupa solitudine non fatica a insinuarsi e, addirittura, a mettere radici profonde: è proprio allora che, nel tentativo di mitigare questo sentimento d’oppressione - mentale, oltreché fisica -, interviene la poesia, grazie al suo perfetto equilibrio di parole e di silenzi, di “irruenza” e di delicatezza nel contempo. «Una poesia che, almeno per quel che mi riguarda, acquista ai miei occhi un significato salvifico di assoluta rilevanza», confida Luisa Trimarchi, autrice (per la Casa editrice “Controluna”) de “Le stanze vuote”, una silloge - la seconda a sua firma, giunta a breve distanza dalla precedente, prodigiosa opera d’esordio: “Versi della dimenticanza” - che ne ribadisce l’abilità nel maneggiare la pagina scritta. Circa ottanta le poesie qui raccolte, ciascuna delle quali - spiega - «è il risultato di un moto esistenziale che va ricercato in un passato lontano, e che la “sospensione temporale” dovuta alla pandemia ha portato in superficie». «Il mio lavoro d’insegnante, a stretto contatto con un folto gruppo ragazzi segnati da una condizione di vita inedita e surreale, mi ha portato a raccogliermi e interrogarmi su alcune tematiche che giudico fondamentali: penso all’incomunicabilità tra le persone, ad esempio, paradossale - eppure tanto reale - specie se analizzata nell’epoca dell’incessante proliferazione dei social media. Il Covid-19 ha strappato quel sottile velo che celava le nostre insicurezze: ci ha messo a nudo, acutizzando disagi e difficoltà latenti»....
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