Una via per Dante nella Crema fascista

30 DIC 21
Ultimo aggiornamento: 19:4216 MAG 25
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Dopo il Risorgimento che - forte della critica romantica e in particolare di De Sanctis - aveva contribuito a fare di Dante Alighieri un mito nazionale, nonché il primo e convinto assertore di un’unità culturale se non politica della nazione italiana, anche il fascismo non mancò di arruolare il sommo poeta nelle proprie schiere quale genio italiano e imperiale, profeta dei destini assegnati alla nazione e pertanto veicolo propagandistico ideale grazie alla sua indiscussa autorità morale di padre della patria, costantemente invocata a garanzia delle profonde radici del regime, del suo interpretare l’autentica missione di Roma e dell’Italia sua erede. Quello di Dante divenne un vero e proprio culto: si trattava, per il regime, di riciclare una gloria nazionale, già ampiamente sfruttata in chiave patriottica nei primi decenni dell’Italia unita, sottraendola al grigiore delle aule universitarie e alle diatribe accademiche per restituirla, come un nume tutelare o un santo patrono dell’Italia imperiale, alla devozione del popolo fascista.
Fondamentale strumento per perseguire questi obiettivi ideologici fu, tra le molte istituzioni, anche l’antica e gloriosa Società Dante Alighieri, la quale poteva essere trasformata in un’utile cassa di risonanza per la celebrazione degli indirizzi e dei traguardi del regime, divenendo un buon supporto di propaganda. Fondata a Roma nel 1889 da un gruppo di intellettuali guidati da Giosuè Carducci, essa si propose per scopo statutario di tutelare e diffondere in Italia e nel mondo la lingua e la cultura italiana attraverso la costituzione e il finanziamento di scuole di italiano, biblioteche e la promozione di svariate attività culturali....
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