Il “sogno” futurista di Mainardi

E’ passato un secolo da quando Enzo Mainardi, poeta e pittore futurista cremonese, compose la sua lirica Il mio sogno, datata Casalmorano, 29 luglio 1919, che gli diede ampia notorietà, e diede alla stampa la sua prima raccolta, Preludi (1921); e quasi mezzo secolo (era il 1975) da quando egli, tramite un suo giovane parente, allora mio allievo, che gli aveva parlato del mio interesse per la letteratura del Novecento in tutti i suoi aspetti, quindi anche per il Futurismo in quanto significativo fenomeno storico “di rottura”, mi fece avere la fotocopia dell’autografo di quella poesia conservato nell’archivio del “Centro Informazioni Arti e Lettere contemporanee” di Roma, copia analoga del quale esiste anche nell’archivio della Biblioteca Universitaria di Bologna e nella Biblioteca Palatina di Parma.
L’autore me l’inviava - mi scrisse - come omaggio al mio “interessamento al tanto discusso e non capito Futurismo”, l’accompagnava con una riproduzione a colori (pure datata e firmata) di un suo quadro, L’uomo di carta, corredandola di alcune note tratte da un articolo di suo figlio Dànilo, illustre etologo, allora Professore all’Università di Parma, in cui erano citate, tra l’altro, le opinioni di un altro famoso etologo, l’inglese Desmond Morris, sul rapporto tra le attività pittoriche delle scimmie e quelle degli uomini: opinioni che mi fecero riflettere e mi indussero a pensare a una non casualità di quell’invio. Proprio da questo presi spunto, anni dopo, quando ritrovai quei fogli nell’abituale caos delle mie carte, per ricavarne un breve intervento pubblicato su “La Scuola Classica di Cremona” (1994), che intitolai Enzo Mainardi, futurista cremonese. Una testimonianza e un’ipotesi. Anni dopo - era il 2014 - (le lunghe distanze a volte danno modo di tener viva la memoria di eventi e di uomini interessanti dal punto di vista storico indipendentemente dal valore artistico delle loro opere) il figlio di Enzo, il notissimo Dànilo di cui sopra, venne a Cremona per una conferenza all’interno di un ciclo sul tema del sogno, conferenza che tenne sotto forma di colloquio a due voci con Remo Ceserani, noto studioso di letteratura e suo amico fin dagli anni liceali. Intitolò l’incontro Se gli animali avessero la parola, ci racconterebbero i loro sogni. Dialogo tra uno scienziato e un umanista. Nella bella serata passata poi insieme gli parlai della mia breve comunicazione su suo padre (di cui poi gli feci omaggio), e dell’ipotesi che avevo formulato sulla base di quel suo articolo e delle opinioni sulla pittura di Morris, che esplorava l’arte in quanto concetto astratto, non esclusivo della specie umana, ma comune anche al restante mondo animale. Ciò destò il suo interesse....
L’autore me l’inviava - mi scrisse - come omaggio al mio “interessamento al tanto discusso e non capito Futurismo”, l’accompagnava con una riproduzione a colori (pure datata e firmata) di un suo quadro, L’uomo di carta, corredandola di alcune note tratte da un articolo di suo figlio Dànilo, illustre etologo, allora Professore all’Università di Parma, in cui erano citate, tra l’altro, le opinioni di un altro famoso etologo, l’inglese Desmond Morris, sul rapporto tra le attività pittoriche delle scimmie e quelle degli uomini: opinioni che mi fecero riflettere e mi indussero a pensare a una non casualità di quell’invio. Proprio da questo presi spunto, anni dopo, quando ritrovai quei fogli nell’abituale caos delle mie carte, per ricavarne un breve intervento pubblicato su “La Scuola Classica di Cremona” (1994), che intitolai Enzo Mainardi, futurista cremonese. Una testimonianza e un’ipotesi. Anni dopo - era il 2014 - (le lunghe distanze a volte danno modo di tener viva la memoria di eventi e di uomini interessanti dal punto di vista storico indipendentemente dal valore artistico delle loro opere) il figlio di Enzo, il notissimo Dànilo di cui sopra, venne a Cremona per una conferenza all’interno di un ciclo sul tema del sogno, conferenza che tenne sotto forma di colloquio a due voci con Remo Ceserani, noto studioso di letteratura e suo amico fin dagli anni liceali. Intitolò l’incontro Se gli animali avessero la parola, ci racconterebbero i loro sogni. Dialogo tra uno scienziato e un umanista. Nella bella serata passata poi insieme gli parlai della mia breve comunicazione su suo padre (di cui poi gli feci omaggio), e dell’ipotesi che avevo formulato sulla base di quel suo articolo e delle opinioni sulla pittura di Morris, che esplorava l’arte in quanto concetto astratto, non esclusivo della specie umana, ma comune anche al restante mondo animale. Ciò destò il suo interesse....
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