Il Po, voce ancestrale della natura

Gugno: stagione di sole, stagione di acqua e, per noi, stagione di fiume. Il Po è là, le sue acque scorrono come sempre nel suo alveo, ora gonfie a lambire e invadere gli spiaggioni, ora magre e sovrastate dalle rive scoscese ricche di vegetazione selvatica, da cui qua e là si affaccia la luce un po’ spenta di un polveroso fiore giallo. Folti gruppi di arbusti e di alberi le popolano e filari di pioppi svettano, ora ritti e immoti, ora dolcemente assecondando il soffio dell’aria che con lieve sussurro si accorda in controcanto con lo sciacquio dell’acqua. Una voce ancestrale, questa della natura, che sembra narrare antiche vicende d’armi e di soldati, di commerci e di povera gente - barcaioli, ghiaiai, pescatori - che dal grande fiume da sempre trae la sua sopravvivenza e riportare alla memoria, anche, storie affascinanti. A tratti, a scandire un’atmosfera senza tempo, il verso del cucùlo, ammonimento - se ce ne fosse bisogno in questi anni tormentati - che no, non è tutto fisso, non è tutto immobile, esiste un tempo storico, talvolta sereno, talaltra inquieto, un tempo scandito da mutazioni, di cui è segno tangibile l’alternarsi delle stagioni: “Pioppette, mi sovviene quella morbida e asprigna / mattinata di marzo che vi vidi tremare / così bionde e sottili, così semplici e chiare, / tuttavia quasi nude, nell’aria cristallina” scrive nel suo monologo-dialogo con le “Boschine del Po” Diego Valeri, poeta veneto prestato a Cremona negli anni Sessanta, quando insegnava al Liceo “Manin”, prima di accedere alla cattedra universitaria padovana, innamorato del grande fiume, di cui viveva con sottile sensibilità ed empatia le varie stagioni. Ecco la primavera, viva nelle “pioppette”: “Ninfe, angeli … non so. Ma quel vostro tremore / d’umiltà, d’innocenza, di gaudio pauroso, / diffuso per le rive del gran fiume estuoso, / esprimeva un profondo canto d’annunciazione.” E’ il momento della rinascita: lungo il fiume si preannuncia la vita che ciclicamente ritorna. Quindi, l’espansione dell’estate: “Poi, nei ricchi mattini di giugno (il verde piano / dolce e forte odorava come un fiorito brolo; / la rondine strideva, trillava il rossignolo, / e il flauto del cucùlo rispondeva da lontano), // vi rividi, vibranti per mille glauche alette, / splendere di rugiada dentro l’azzurro lume / che pioveva dai cieli e saliva dal fiume, / d’aria, d’acqua e di terra creature perfette…” Ma il cielo, coll’avanzare del tempo stagionale, si ingrigisce, e il fiume sembra inghiottire quella sua malinconia, e diventare malinconia esso stesso: “Ora, nella brumale tristezza novembrina, / nell’aria senza raggio né respiro né moto, / voi vi drizzate ferme al cielo grave e vuoto, /ombre vane, confuse nell’ombra vespertina.”...
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