I “colori” della poesia: sofferenza e ristoro

6 MAG 21
Ultimo aggiornamento: 19:29 | 16 MAG 25
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Georges Simenon non ha mai fatto mistero di come, durante la “dolorosa” fase di scrittura dei suoi romanzi, avrebbe preferito impugnare lo strumento di un artigiano (un coltello, un martello, una sgorbia…) in luogo di una delle sue tante matite: ciò avrebbe consentito alle parole di essere ancor più materiali, più viscerali. È proprio la pregnanza delle parole, il loro ritmo, la loro musicalità a rappresentare il “filo rosso” che attraversa per intero “Versi della dimenticanza”, la raccolta di poesie che Luisa Trimarchi, lo scorso mese, ha dato alle stampe: poco meno di 100 pagine (pubblicate dalla Casa editrice “Transeuropa” nell’elegante collana “Nuova Poetica 3.0”) gravide d’intensità e di significato, in cui l’autrice “grida” la propria visione della vita, palesando un’inestinguibile passione per il testo scritto e la sua importanza in termini culturali.
Luisa, lei crede che, nel tempo della digitalizzazione e della scrittura sempre più “fluida” (soprattutto fra gli under 30), la poesia possa arrivare dove la prosa non arriva?
«Assolutamente sì. Ritengo, infatti, che un’opera poetica racchiuda dentro di sé un significato maggiore rispetto a un testo in prosa, essendo per sua natura la poesia più immediata e ficcante. Ad essa mi sono legata anni or sono, osservando mio padre Ennio - artista eclettico, eccellente indagatore dell’animo umano e appassionato sperimentatore di più “linguaggi” - lavorare: sulle sue tele, il colore aveva una connotazione “fisica”, “materica”, il che gli permetteva di giungere più rapidamente a destinazione, e cioè nel cuore e nella mente di chiunque si confrontasse con la produzione pittorica paterna....
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