«Shoah, gli effetti sui discendenti»

11 FEB 21
Ultimo aggiornamento: 17:24 | 16 MAG 25
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Mercoledì scorso un tribunale di Varsavia, in Polonia, ha ordinato agli accademici Jan Grabowski e Barbara Engelking di scusarsi per aver accusato un uomo di complicità nell’Olocausto durante la Seconda guerra mondiale. I due studiosi dovranno chiedere scusa alla nipote dell’uomo che li aveva denunciati per diffamazione in seguito alla pubblicazione - nel 2018 - del libro “<+S CORSIVO>La notte non è finita<+S TONDO>”. La decisione del tribunale sta facendo discutere: da alcuni anni il governo polacco, guidato dal primo ministro Mateusz Morawiecki sta cercando di negare il coinvolgimento della Polonia nello sterminio degli ebrei, compiendo un’opera che secondo molti analisti è revisionismo storico. Secondo il giornalista Wlodeck Goldkorn “per i populisti è fondamentale il mito di una nazione innocente”. Questo accadimento, recentissimo, si interseca con gli studi di Alessandro Zavoli, antropologo cremonese che ha dedicato una parte consistente dei propri studi agli effetti della Shoah.
Alessandro, come nasce la tua passione per l’antropologia?
«Non è stata una vocazione: dopo la maturità al Liceo Manin, nel 2016, non avevo le idee chiare sul mio percorso universitario. Il mio primo contatto con questa disciplina è arrivato dopo la lettura del programma di studi triennale: le materie di Antropologia, Religioni e Civiltà Orientali hanno catturato da subito la mia attenzione. Si è rivelata, col senno di poi, la scelta più adatta a me...
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