I volti di una città. Storie minime che si intrecciano

Conosco poco o nulla il mondo dei cosidetti social, molto per pigra incapacità, un po’ per diverse consuetudini mentali: per me e per gli ancora pochi superstiti di una genia in via di estinzione la socialità è il momento della condivisione reale, degli incontri con una loro fisicità, delle parole senza limiti di caratteri, degli sguardi che rendono più difficili le menzogne, dell’implacabilità di una discussione improvvisa, della immersione nello stesso ambiente fatto anche di suoni e di materia costruita. Pare che i social contengano i surrogati delle stesse sensazioni, e la condivisione è spesso di qualcosa che non si è realmente vissuto: nel migliore dei casi il senso è quello dell’invio di cartoline (sì, quelle che non si scrivono più da tanto tempo e che una volta segnavano per gli amici la storia di un percorso, di un viaggio vero) nel vuoto di una infinita comunità virtuale, dove la conoscenza reciproca è condizione per nulla necessaria. La condivisione è lo stato di un gregge, che fluttua, sbanda, si riunisce o si disperde senza un perchè. E la manifestazione di immagine che palesa la partecipazione è spesso il selfie, uno scatto dove il nostro esserci è un documento che testimonia, o dovrebbe testimoniare, l’esistenza di una situazione umana, semplificata, sintetica, destinata a un flusso di storia che scorre altrove.
Per quelle generazioni che hanno amato, e spesso praticato con perizia, la fotografia come qualcosa di più di un semplice documento, ma come una composizione che includeva ambienti e sentimenti, persone e cose, pensieri e interpretazioni, suggestioni e sguardi d’arte, il selfie in fondo è un’immagine autoriflessiva, un pensiero senza contorni.
Buttare le foto? Addurre alla discarica i patrimoni di immagini fotografiche accumulate nel tempo non è un libero modo di disfarsi delle proprie cose che si ritengono inutili (e già ritenere inutile la propria storia, fatta di piccolissimi momenti, di rade e ormai ingiustificate espressioni, di luoghi e di gesti forse persi nella memoria è un momento di più o meno incosciente disperazione), ma è un atto violento, è un atto contro: contro la possibilità di mantenere in documenti visivi la storia quotidiana di una città, di un quartiere, di una comunità, anche solo di una compagnia o di una famiglia; una città che non è fatta di architetture, monumenti, libri pubblicati, ma di volti di persone, di minime storie che si intrecciano; contro chi viene dopo di noi proibendogli il piacere o il gioco semplice della scoperta di un passato di cui forse non si sente più parlare; contro le persone, che diventano velocemente, di generazione in generazione, fantasmi senza storia, senza più possibilità di racconto....
Per quelle generazioni che hanno amato, e spesso praticato con perizia, la fotografia come qualcosa di più di un semplice documento, ma come una composizione che includeva ambienti e sentimenti, persone e cose, pensieri e interpretazioni, suggestioni e sguardi d’arte, il selfie in fondo è un’immagine autoriflessiva, un pensiero senza contorni.
Buttare le foto? Addurre alla discarica i patrimoni di immagini fotografiche accumulate nel tempo non è un libero modo di disfarsi delle proprie cose che si ritengono inutili (e già ritenere inutile la propria storia, fatta di piccolissimi momenti, di rade e ormai ingiustificate espressioni, di luoghi e di gesti forse persi nella memoria è un momento di più o meno incosciente disperazione), ma è un atto violento, è un atto contro: contro la possibilità di mantenere in documenti visivi la storia quotidiana di una città, di un quartiere, di una comunità, anche solo di una compagnia o di una famiglia; una città che non è fatta di architetture, monumenti, libri pubblicati, ma di volti di persone, di minime storie che si intrecciano; contro chi viene dopo di noi proibendogli il piacere o il gioco semplice della scoperta di un passato di cui forse non si sente più parlare; contro le persone, che diventano velocemente, di generazione in generazione, fantasmi senza storia, senza più possibilità di racconto....
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