Cremona annodata

20 GIU 19
Ultimo aggiornamento: 16:56 | 16 MAG 25
Immagine di Cremona annodata
E' sempre più difficile, o per lo meno complesso, seguire il dibattito che su scala mondiale cerca di comprendere l’evoluzione del design e delle sue pratiche, nel tentativo di ridefinirlo su basi filosofiche, sociologiche, ma soprattutto antropologiche. In effetti negli ultimi due decenni - se vogliamo semplificare possiamo anche dire a partire dal terzo millennio - il lascito disciplinare dell’impostazione razionalista, o dello slancio tardo formalista del postmodernismo, o del vuoto patinato della modernità da cartolina si è apparentemente come svuotato, come un prezioso scrigno il cui tesoro non solo è inaccessibile ma anche privo di appetibilità, di un senso di valore. In sostanza lentamente si prende consapevolezza che il novecento è morto, o meglio si è storicizzato nella memoria e nelle gallerie. Questo investe tutta la cultura del progetto: da quello artistico che annaspa nel trovare forme e significati che non siano solo rimpianto delle avanguardie o abilità da maneggioni del computer; a quello architettonico dove il futuro sembra proporci solo di rivestire con una natura sempre più finta brutti manufatti o freddi volumi alla ricerca di gemetrie che non siano parodie di se stesse; al disegno urbano che nei casi migliori fa solo i conti con la gestione del degrado e che nel recupero senza amore trova l’unico valore proponibile; al progetto oggettuale che ha letteralmente perso il lume della ragione nell’inseguire il riciclo non solo di materiali un tempo scioccamente avviati alle discariche, ma soprattutto di forme cha frugano nell’etnico (quale?) o in qualunque cumulo di materialità che non possono essere che banali o consuete.
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