Giuseppina, una zia “scomoda”

23 MAG 19
Ultimo aggiornamento: 16:55 | 16 MAG 25
Immagine di Giuseppina, una zia “scomoda”
Sono le 11 di sera del 29 gennaio 1939. Virgilio De Mercurio è un giovane studente ventiquattrenne, il classico bravo ragazzo, biondo, gentile, di carattere affabile. Dal cinema sta rientrando a casa della zia, Giuseppina Pelizzato, vedova del commerciante Girelli, che lo ospita in viale Regina Margherita, che poi diventerà via Fratelli Bandiera n.5. Pina ha cinquantadue anni e conserva ancora molto di quella bellezza che ne ha fatta una delle donne più attraenti di Cremona. Virgilio apre la porta, di cui possiede la chiave, ma lo attende una sorpresa agghiacciante: l’appartamento è totalmente a soqquadro; carte, lettere, oggetti sono sparsi ovunque. Sulla tavola ancora apparecchiata i resti della cena. Solo la sua camera è stata risparmiata, ma è qui che giace a terra, con la gola tagliata, la zia Giuseppina. Virgilio si affaccia a una finestra al pianerottolo ed urla a squarciagola in preda al terrore. Le sue grida squarciano la notte umida, accorre gente, viene chiamata la polizia. Sul posto giungono il capitano dei Carabinieri, il Capo di Gabinetto della Questura ed il maresciallo dei Carabinieri di Porta Po. Virgilio viene portato in caserma per essere interrogato. Ovviamente tutti i sospetti convergono su di lui: solo il ragazzo, infatti, poteva entrare in quella casa facendosi aprire dalla zia suonando il campanello con segnali convenzionali. L’assassino, inoltre, per colpire la donna una prima volta si era servito di un pezzo di rotaia che Virgilio utilizzava come fermacarte, e di cui conosceva l’esistenza e la posizione esatta in cui si trovava.
Gli inquirenti gli contestano immediatamente tutte queste circostanze, aggiungendo il fatto di aver rinvenuto una frase irriverente nei confronti della vittima, scritta su un lembo della tovaglia. Il ragazzo cede di schianto e, alla presenza del Procuratore del Re Treglia e del questore Barbagallo e di altri funzionari, confessa il delitto. Dice di aver ucciso la zia al culmine di un litigio nato proprio da quella frase scritta sulla tovaglia, che faceva riferimento all’intenzione del ragazzo di sposare una certa Lavinia Girardi di Venezia, che la zia avversava, desiderando che il matrimonio si celebrasse solo dopo la conclusione degli studi e, di conseguenza, rinfacciandogli gli sforzi sopportati nell’averlo mantenuto ed educato fin da quando i genitori l’avevano abbandonato. Pina avrebbe poi pronunciato altre frasi che l’avrebbero ferito al punto da spingerlo, accecato dall’ira, a brandire il ferro di rotaia colpendola per poi finirla, quando era già morente, tagliandole la gola. Virgilio viene trasferito in carcere, senza aver fornito ulteriori particolari sul delitto...
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