L'efferato delitto dell'Aquila Nera

Cent’anni fa avvenne a Cremona un delitto, di cui non fu mai trovato il colpevole, che, per la sua efferatezza, sconvolse la città e venne da allora ricordato come “Il delitto dell’Aquila Nera”.
Maria Mattarozzi era una bella ragazza ventiduenne di Cortetano, non molto alta ma formosa, dai lineamenti marcati ed il linguaggio un po’ rude, che ne denunciava l’origine contadina. Faceva la cameriera all’osteria dell’Aquila Nera che allora, cent’anni fa, era situata sul viale del Passeggio, quasi di fronte all’ingresso del convento dei padri Barnabiti.
Era il mese di marzo del 1919 ed era ancora Carnevale, visto che la Pasqua quell’anno cadeva molto alta. Il Carnevale era un avvenimento importante, e quello era il primo in tempo di pace, dopo la fine della guerra qualche mese prima. La gente, nonostante le maschere fossero state ormai soppresse da tre anni, aveva voglia di tornare a divertirsi. Soprattutto lo desiderava con forza Maria, a cui pure in città le occasioni non mancavano, anche se, col suo rude carattere, era sempre riuscita fino ad allora a tenere lontano le attenzioni dei numerosi avventori un po’ troppo intraprendenti. Al suo paese, quella sera, era stato organizzato un veglione, che per Maria rappresentava, oltre l’occasione per divertirsi un po’, dimenticando per qualche ora il grigiore di quella incipiente primavera di dopoguerra, anche quella di incontrare i familiari e i vecchi amici. Per questo aveva chiesto alla proprietaria della locanda, la signora Irene Bonini Favalli, due giorni di permesso, che le erano stati accordati ad alcune condizioni: che prima della partenza avesse accudito a tutte le faccende che comportava la locanda, dalla pulizia delle camere al riordino delle stoviglie, alla preparazione della verdura che avrebbe dovuto essere cucinata per il pranzo di mezzogiorno. La locanda dell’Aquila Nera, infatti, era uno degli esercizi migliori della città: pulita, e frequentata da una clientela di un certo livello. Certo, non mancava mai qualche cliente che, quando Maria lo serviva al tavolo, cercava di allungare le mani, beccandosi le sue risposte che non lasciavano spazio ad alcuna speranza.
Dunque erano le 7,30 di quella mattina del 3 marzo, quando la signora Irene, ancora assopita, venne improvvisamente destata da uno strano rumore proveniente dall’osteria sottostante, che ricordava lo strepito di una lotta, inframmezzato da urla soffocate e lamenti, a cui aveva fatto seguito un altrettanto improvviso silenzio. Allarmata e impaurita la proprietaria si era alzata ma, anziché scendere precipitosamente le scale per rendersi conto personalmente di quanto era accaduto, si era attardata nel lavarsi e vestirsi di tutto punto, lasciando trascorrere, come poi riferì in seguito nel corso dell’interrogatorio, almeno un quarto d’ora...
Maria Mattarozzi era una bella ragazza ventiduenne di Cortetano, non molto alta ma formosa, dai lineamenti marcati ed il linguaggio un po’ rude, che ne denunciava l’origine contadina. Faceva la cameriera all’osteria dell’Aquila Nera che allora, cent’anni fa, era situata sul viale del Passeggio, quasi di fronte all’ingresso del convento dei padri Barnabiti.
Era il mese di marzo del 1919 ed era ancora Carnevale, visto che la Pasqua quell’anno cadeva molto alta. Il Carnevale era un avvenimento importante, e quello era il primo in tempo di pace, dopo la fine della guerra qualche mese prima. La gente, nonostante le maschere fossero state ormai soppresse da tre anni, aveva voglia di tornare a divertirsi. Soprattutto lo desiderava con forza Maria, a cui pure in città le occasioni non mancavano, anche se, col suo rude carattere, era sempre riuscita fino ad allora a tenere lontano le attenzioni dei numerosi avventori un po’ troppo intraprendenti. Al suo paese, quella sera, era stato organizzato un veglione, che per Maria rappresentava, oltre l’occasione per divertirsi un po’, dimenticando per qualche ora il grigiore di quella incipiente primavera di dopoguerra, anche quella di incontrare i familiari e i vecchi amici. Per questo aveva chiesto alla proprietaria della locanda, la signora Irene Bonini Favalli, due giorni di permesso, che le erano stati accordati ad alcune condizioni: che prima della partenza avesse accudito a tutte le faccende che comportava la locanda, dalla pulizia delle camere al riordino delle stoviglie, alla preparazione della verdura che avrebbe dovuto essere cucinata per il pranzo di mezzogiorno. La locanda dell’Aquila Nera, infatti, era uno degli esercizi migliori della città: pulita, e frequentata da una clientela di un certo livello. Certo, non mancava mai qualche cliente che, quando Maria lo serviva al tavolo, cercava di allungare le mani, beccandosi le sue risposte che non lasciavano spazio ad alcuna speranza.
Dunque erano le 7,30 di quella mattina del 3 marzo, quando la signora Irene, ancora assopita, venne improvvisamente destata da uno strano rumore proveniente dall’osteria sottostante, che ricordava lo strepito di una lotta, inframmezzato da urla soffocate e lamenti, a cui aveva fatto seguito un altrettanto improvviso silenzio. Allarmata e impaurita la proprietaria si era alzata ma, anziché scendere precipitosamente le scale per rendersi conto personalmente di quanto era accaduto, si era attardata nel lavarsi e vestirsi di tutto punto, lasciando trascorrere, come poi riferì in seguito nel corso dell’interrogatorio, almeno un quarto d’ora...
LEGGI IL SERVIZIO COMPLETO SULL'EDIZIONE DI MONDO PADANO IN EDICOLA FINO A GIOVEDI 19 APRILE, OPPURE ABBONANDOTI SU WWW.MONDOPADANO.IT