Il dettato in classe al tempo di guerra

29 MAR 18
Ultimo aggiornamento: 11:2619 MAG 25
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«In guerra muoiono così i poveri come i ricchi. La carestia, conseguenza della guerra, è sentita specialmente dai poveri. Ma anche i ricchi soffrono molti danni che derivano dalla guerra. E’ perciò impossibile che la guerra l’abbiano voluta i ricchi”. Era il marzo del 1918, l’esercito tedesco aveva scatenato l’offensiva di primavera sul fronte occidentale, mentre su quello italiano, dopo il grande sforzo militare e logistico di Caporetto, che non aveva prodotto un completo crollo dell’esercito italiano, gli austriaci erano ridotti allo stremo. Per far fronte alla riorganizzazione dell’esercito italiano, i ranghi imperiali erano stati rimpolpati con reclute diciassettenni e veterani, ma scarseggiavano le armi ed il cibo e la propaganda degli alleati aveva finito con lo sfiancare anche l’ostinata pervicacia degli austroungarici. Proprio in quei giorni, in attesa dell’attacco finale sul Grappa e alle foci del Piave, agli italiani veniva richiesto un ultimo sforzo. Non solo ai soldati al fronte, ma anche alle donne ed ai bambini rimasti nelle città e nei villaggi. Tutti potevano e dovevano essere utili alla patria. Anche la scuola durante la Grande Guerra si trasformò in una macchina per il sostegno patriottico. A cambiare furono in particolare le materie che, dopo un’attenta revisione, proposero programmi pedagogici legati al tema del conflitto e discussioni legate all’attualità. L’obiettivo era far capire anche ai bambini cosa fossero la Patria, la guerra per Trento e Trieste, l’eroismo militare e farli familiarizzare anche con gli aspetti più tragici della guerra come le violenze quotidiane e la morte.
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