L’aspirina dalle campagne una scoperta cremonese

23 NOV 17
Ultimo aggiornamento: 18:3216 MAG 25
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Gli effetti dell’acido salicilico, da cui si ottiene l’aspirina, sono noti da tempo. Erodoto, nelle sue “Storie” parla di un popolo stranamente più resistente degli altri alle comuni malattie, che usa masticare le foglie di salice. Ippocrate, il padre della medicina moderna, descrive nel V secolo una polvere amara estratta dalla corteccia del salice, utile per alleviare il dolore ed abbassare la febbre. Lo stesso rimedio viene citato dai sumeri, dagli egizi e dagli assiri, ma è conosciuti anche dai nativi americani che lo usano per curare il mal di testa, la febbre, i dolori muscolari. E’ stato il reverendo Edward Stone, nel 1757, a scoprire gli effetti benefici della corteccia del salice, da lui assaggiata, e sei anni dopo, in una lettera inviata alla Royal Society, a giustificarne l’utilizzo contro le febbri.
Ma, prima che nel 1828 Johann Buchner isolasse in cristalli la sostanza attiva dell’estratto di corteccia del salice bianco, fu un medico cremonese a suggerirne l’uso di massa per combattere gli effetti delle forme di raffreddamento tra i contadini, dopo averne sperimentati gli effetti su se stesso. Il medico si chiamava Matteo Moro e di lui è rimasto il ricordo per essere stato l’inventore, qualche anno prima, di una particolare seggiola ostetricia destinata alle partorienti. Curiosamente, però, Francesco Robolotti, medico lui stesso, ed autore di una storia della medicina cremonese, non lo ricorda tra i medici illustri suoi contemporanei, limitandosi ad annotare che un suo opuscolo venne rintracciato tra le carte del dottor Giambattista Rasori, di Barzaniga.
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