Dal “siglo de oro” fino al “secolo breve”

Chi ha qualche anno in più ancora ricorda S. Francesco nella sua veste di ospedale prima che nel 1961 entrasse in funzione il nuovo consegnando all’antica grandiosa - era più lunga del Duomo - sede dei Francescani il suo destino di degrado. Ancora oggi la sua facciata svetta su piazza Giovanni XXIII fronteggiando il palazzetto che fu del Consorzio della Donna, la ricchissima confraternita eretta nella chiesa che contribuì a rendere splendida. Dovendo restringere il discorso ai suoi due ultimi secoli di vita, il Sei e il Settecento, si deve proprio cominciare da due imprese coeve volute dal Consorzio: il rifacimento dell’altare di S. Francesco nella navata sinistra e la decorazione della cappella della SS.ma Concezione in quella di destra. L’occasione per la riedificazione dell’altare fu la concessione da parte di papa Clemente VIII dell’indulgenza a chi vi si recasse a pregare. L’incarico fu assegnato a Cesare Ceruti, un pittore-scultore uscito dalla scuola del Malosso che dovette realizzarvi una sorta di arte totale con l’inquadramento scenografico dell’ancona lignea a incorniciare la statua pure lignea policromata con S. Francesco stigmatizzato- l’iconografia di gran lunga più diffusa all’epoca del santo - su un fondale paesaggistico dipinto, presumibilmente ispirato alla natura selvaggia dell’eremo della Verna. Il condizionale è d’obbligo stante il fatto che di quell’altare ci rimane solo la statua in posa languida e teatrale, il resto essendo frutto di un rifacimento settecentesco. Oltre alla celebrazione della figura iconica del santo titolare della chiesa, l’altro impegno preso dal Consorzio della Donna con un contratto del 14 dicembre 1600, ancora più identitario per la confraternita e per il cattolicesimo nei confronti del protestantesimo, fu per la decorazione della cappella della Concezione della Vergine con un complesso ciclo di affreschi affidato ad un artista di punta, anch’esso di estrazione malossesca, Andrea Mainardi detto il Chiaveghino....
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