Ughi, tra mitologia e simbolismo

Sergio Ughi, l’arte tra classicismo e allegorie. Il pittore si riallaccia ai preraffaelliti inglesi e ai simbolisti francesi e italiani (Moreau, Sartorio) per indagare i risvolti più segreti della realtà, usando i pennelli come in una sorta di radiografia e trasformare le figure in personaggi emblematici. Nato a Ferrara nel 1951, ma trapiantato in Lombardia fin da bambino, si è trasferito a Milano e qui ha perfezionato la sua formazione, decidendo di intraprendere la carriera artistica. Poi ha vissuto per anni a Castelleone e Romanengo, mentre ora risiede a Casaletto Ceredano. Nel territorio cremonese per trent’anni ha tenuto corsi serali di pittura promossi dai vari Comuni. Suoi lavori sono presenti in collezioni private nazionali e internazionali. Famosi sono alcuni suoi quadri come “Il bianco abbandona” in cui affiorano metafore incentrate sul contrasto tra alto idealismo e brutale quotidianità, che sono nel contempo favole tragiche e poetiche simbologie. “Ritratto di Padre Teodosio Lombardi”, “Piccolo Dioniso”, “Torre di Babele”, “Ophelia è stanca”, “Ragazza con fiori azzurri”, “Narciso tra i narcisi”, “Il figliol prodigo”, “I tentatori”, “Icaro”, “Annunciazione”, “Medusa pensosa” sono sue altre opere di spicco. Temi dominanti delle sue opere sono le allegorie, tra cui il gatto, la giocatrice, il bambino, il cavaliere, gli scacchi, che rappresentano elementi “magici-simbolici” per trasfigurare il realismo in proiezioni di paure, attese e speranze. I quadri diventano evocativi e capaci di rendere a pieno il dettaglio colorato della materia permeata di luce, per dialogare con i fruitori della sua arte. Occorre capire che il mistero di ogni suo dipinto è nascosto in ognuno di loro e per ciascuno è diverso....
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