Bambini e architettura

C’era una volta: l’architettura non è una fiaba che si può raccontare ai bambini prima del sonno, e non ha neanche il lieto fine, anche se il “tutti vissero felici e contenti” dovrebbe essere l’ambizione di ogni costruzione, di ogni scenario urbano. Così almeno la convinzione che trapela dai manuali o dalle ponderose storie, ovvero da quella che appare la pratica consolidata nel tempo da quando esistono comunità stanziali. Già, perchè l’architettura da viaggio ha altre storie da vivere e da raccontare, ha altre forme, altri bisogni da soddisfare e la leggerezza del suo lessico è un imperativo.
È proprio la città che considera il tempo come mai finito, e il ripararsi e il convivere come situazioni immobili, definitive salvo eventi sconvolgenti. È il costruire classico occidentale, una specie di continuità di fede e di valori che solo l’economia più recente sembra avere messo in crisi, sovrapponendo valenze meramente economiche a quelle familiari e sociali, aggiungendo l’idea di scambio a quella di uso.
In tutto ciò i bambini come entrano? Sono personaggi o spettatori di questa non favola, e chi continuamente la scrive pensa a loro, ne guida le relazioni d’uso e di comprensione? La frase fondativa del pensiero pedagogico dell’artista milanese era “Non dire cosa fare ma come”: il bambino deve esprimersi da solo senza interferenze dell’adulto.
Che rapporto c’è fra l’architettura e i bambini? Una questione apparentemente banale, o dalla risposta semplice. Ma così non è: basterebbe interrogarsi su quali progetti vedano i nostri piccoli in qualche modo protagonisti, o oggetto di particolare attenzione, per scoprire che nella tradizione del costruire di loro si è tenuto assai poco conto. Questo atteggiamento prosegue nella modernità e nell’attualità, mettendoci di fronte a quella che appare non una trascuratezza ma addirittura una volontà negativa. A memoria mi sovviene solo un esempio nelle nobili architetture, nel Palazzo Ducale di Mantova, reggia dei Gonzaga, dove si trova un appartamento dei nani di corte in cui tutto è in miniatura, stanzine, salottini, corridoietti, come fosse uno stravagante colpo di teatro dell’architetto. Invece è semplicemente un adeguamento di scala a una fisicità diversa che aveva un suo ruolo a corte. E fu tra l’altro occasione di scrittura per Gianni Rodari - “I nani di Mantova” - con le illustrazioni di Maria Concetta Mercanti, nel 1980. Non può essere questo l’elemento generatore del progetto: il nostro costruire tiene conto di loro? E il nostro progetto del quotidiano li contempla come protagonisti nella fruizione?...
È proprio la città che considera il tempo come mai finito, e il ripararsi e il convivere come situazioni immobili, definitive salvo eventi sconvolgenti. È il costruire classico occidentale, una specie di continuità di fede e di valori che solo l’economia più recente sembra avere messo in crisi, sovrapponendo valenze meramente economiche a quelle familiari e sociali, aggiungendo l’idea di scambio a quella di uso.
In tutto ciò i bambini come entrano? Sono personaggi o spettatori di questa non favola, e chi continuamente la scrive pensa a loro, ne guida le relazioni d’uso e di comprensione? La frase fondativa del pensiero pedagogico dell’artista milanese era “Non dire cosa fare ma come”: il bambino deve esprimersi da solo senza interferenze dell’adulto.
Che rapporto c’è fra l’architettura e i bambini? Una questione apparentemente banale, o dalla risposta semplice. Ma così non è: basterebbe interrogarsi su quali progetti vedano i nostri piccoli in qualche modo protagonisti, o oggetto di particolare attenzione, per scoprire che nella tradizione del costruire di loro si è tenuto assai poco conto. Questo atteggiamento prosegue nella modernità e nell’attualità, mettendoci di fronte a quella che appare non una trascuratezza ma addirittura una volontà negativa. A memoria mi sovviene solo un esempio nelle nobili architetture, nel Palazzo Ducale di Mantova, reggia dei Gonzaga, dove si trova un appartamento dei nani di corte in cui tutto è in miniatura, stanzine, salottini, corridoietti, come fosse uno stravagante colpo di teatro dell’architetto. Invece è semplicemente un adeguamento di scala a una fisicità diversa che aveva un suo ruolo a corte. E fu tra l’altro occasione di scrittura per Gianni Rodari - “I nani di Mantova” - con le illustrazioni di Maria Concetta Mercanti, nel 1980. Non può essere questo l’elemento generatore del progetto: il nostro costruire tiene conto di loro? E il nostro progetto del quotidiano li contempla come protagonisti nella fruizione?...
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