«Dylan Dog, la metafora dell’horror per raccontare il quotidiano»

14 GEN 21
Ultimo aggiornamento: 19:2316 MAG 25
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Non chiamatelo “sesso debole”, perché nel contesto fumettistico (ma non soltanto in questo) le donne - soggettiste, sceneggiatrici o disegnatrici che siano - sono abili a farsi valere almeno quanto i colleghi più illustri e più talentuosi. Paola Barbato ne è la riprova: infatti, è anche grazie a lei che, ormai più di vent’anni fa, a un’icona come Dylan Dog vennero conferite caratteristiche fino a quel tempo quasi del tutto inedite. Una sensibilità e una qualità tipicamente femminili, le sue, che hanno accresciuto il valore - di per sé già rilevante - dell’Indagatore di Craven Road.
Paola, un tempo era (quasi) impensabile che una donna si cimentasse con l’universo fumettistico, oggi (pensiamo a Barbara Baraldi, per esempio, oltreché a lei) è una piacevole consuetudine. Che cos’è cambiato, specie nei tempi più recenti?
«Le cose stanno in un modo finché non cambiano per la prima volta. Io penso che, dopo i primi ingressi femminili e la consapevolezza che non esistesse alcun diktat, molte autrici abbiano semplicemente preso atto dell’apertura di un settore».
Ormai lontano dalle tematiche horror tradizionali, Dylan Dog s’impegna a riflettere sempre più sul nostro vivere e sulle paure che lo caratterizzano. Ciò che più spaventa non sono gli zombi, i vampiri e i fantasmi, quanto piuttosto il nostro sentire quotidiano. È così?
«È sempre stato così, solo che precedentemente la narrazione di Tiziano Sclavi raccontava questi disagi attraverso metafore horror che l’autore gestiva mirabilmente...
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