«Quel filo rosso che unisce il “saper fare”»

Prosegue il nostro viaggio Dentro la Biennale di Soncino. A Marco. Questa settimana ci occupiamo di “Street Art” con Davide Tolasi che per X edizione della rassegna ha realizzato a Soncino un grande murale sul muro di cinta di un’officina meccanica in via del Perolo.
Davide Tolasi, quando ha capito che la pittura di opere murarie di grandi dimensioni sarebbe stata la sua strada?
«In verità non era la grandezza quella che cercavo, ma avevo la necessità di ritrovare una relazione reale con il pubblico, una relazione non fatta solo di “sguardi”, nella quale il fruitore è parte passiva del processo, ma esattamente l’opposto. In passato ho potuto approcciarmi a pareti di dimensioni monumentali (anche oltre 500mq), soprattutto quando facevo parte del collettivo artistico Orticanoodles, ora in verità sto riscoprendo un po’ per volta la bellezza di lavorare su superfici di “piccole”, che mi permettono di avere un contatto diretto con la realtà che mi circonda; penso a quando per realizzare il dipinto “Convivium” a Orzinuovi nel 2016, son stato impegnato per più di un mese su quella parete immensa (180 metri), totalmente slegato da quello che mi accadeva attorno per questioni legate all’altezza, sicurezza; in quest’opera per la Biennale invece, ho potuto ritrovare un contatto diretto con le persone, che perennemente erano presenti sul cantiere a visionare l’avanzamento del dipinto, e che nella maggior parte dei casi hanno instaurato con me un dialogo costruttivo»...
Davide Tolasi, quando ha capito che la pittura di opere murarie di grandi dimensioni sarebbe stata la sua strada?
«In verità non era la grandezza quella che cercavo, ma avevo la necessità di ritrovare una relazione reale con il pubblico, una relazione non fatta solo di “sguardi”, nella quale il fruitore è parte passiva del processo, ma esattamente l’opposto. In passato ho potuto approcciarmi a pareti di dimensioni monumentali (anche oltre 500mq), soprattutto quando facevo parte del collettivo artistico Orticanoodles, ora in verità sto riscoprendo un po’ per volta la bellezza di lavorare su superfici di “piccole”, che mi permettono di avere un contatto diretto con la realtà che mi circonda; penso a quando per realizzare il dipinto “Convivium” a Orzinuovi nel 2016, son stato impegnato per più di un mese su quella parete immensa (180 metri), totalmente slegato da quello che mi accadeva attorno per questioni legate all’altezza, sicurezza; in quest’opera per la Biennale invece, ho potuto ritrovare un contatto diretto con le persone, che perennemente erano presenti sul cantiere a visionare l’avanzamento del dipinto, e che nella maggior parte dei casi hanno instaurato con me un dialogo costruttivo»...
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