Riemerge dal buio lo sguardo visionario di un genio futurista

Si è fatta largo ai margini della storiografia di Mario Biazzi, l’ipotesi che il pittore cremonese abbia dipinto il ritratto dell’architetto Antonio Sant’Elia sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. «La fonte è orale, e non può trovare conferme storiche», osserva la professoressa Donatella Migliore, che insieme alla co-curatrice Liliana Ruggeri, è andata a ripescare questo celebre ritratto dai depositi della Pinacoteca Comunale per inserirlo nella prima sezione della mostra Sguardi del Novecento che sarà inaugurata il prossimo 22 marzo presso il Museo Civico di Cremona.
Certo, qualunque sia stato il grado di alterazione dell’autore, resta l’assoluta originalità di un’opera che trasmette un senso di inquietudine intellettuale e riflette la ricerca di una radicalità tecnica senza riferimenti nella ritrattistica contemporanea e nemmeno nella poetica del pittore cremonese che con la maturità seguirà linee decisamente più chiare e naturalistiche. «E’ evidente la volontà di Biazzi di sperimentare nella costruzione della figura come nell’uso dei colori e dei materiali, con questo volto che emerge da un impasto brunastro, fatto di colori densi e cupi, e le orbite profonde, nere: gli occhi non ci sono ma catturano più di quanto non potrebbe fare uno sguardo dipinto».
E’ lo sguardo di Antonio Sant’Elia, ritratto nel 1912 a Milano, dove negli anni precedenti - come Biazzi - aveva frequentato l’Accademia di Brera. Cremona e Milano all’epoca erano straordinariamente più vicine di oggi. I linguaggi artistici delle avanguardie funzionavano assai meglio delle rotte ferroviarie e mettevano la provincia a contatto con i movimenti culturali più innovativi.
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Certo, qualunque sia stato il grado di alterazione dell’autore, resta l’assoluta originalità di un’opera che trasmette un senso di inquietudine intellettuale e riflette la ricerca di una radicalità tecnica senza riferimenti nella ritrattistica contemporanea e nemmeno nella poetica del pittore cremonese che con la maturità seguirà linee decisamente più chiare e naturalistiche. «E’ evidente la volontà di Biazzi di sperimentare nella costruzione della figura come nell’uso dei colori e dei materiali, con questo volto che emerge da un impasto brunastro, fatto di colori densi e cupi, e le orbite profonde, nere: gli occhi non ci sono ma catturano più di quanto non potrebbe fare uno sguardo dipinto».
E’ lo sguardo di Antonio Sant’Elia, ritratto nel 1912 a Milano, dove negli anni precedenti - come Biazzi - aveva frequentato l’Accademia di Brera. Cremona e Milano all’epoca erano straordinariamente più vicine di oggi. I linguaggi artistici delle avanguardie funzionavano assai meglio delle rotte ferroviarie e mettevano la provincia a contatto con i movimenti culturali più innovativi.
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