Il Genovesino e quelle Vanitas senza vanità

Bambini, rosei e morbidi come putti, riposano sereni abbandonati su un teschio. L’inizio e la fine della vita si fondono in un’immagine che ricorre attraversando le sale del Museo Civico dedicate alla mostra del Genovesino, sempre suscitando nell’osservatore contemporaneo un’impressione forte. Di contrasto, quasi violento. «Per i contemporanei del Miradori in realtà era un’immagine più usuale. Non era solo il Genovesino a misurarsi con questo tipo di iconografia: semmai è il Seicento ad essere ossessionato dalla Vanitas».
A raccontare il fascino inquietante di questa e di molte altre immagini è il professor Valerio Guazzoni, uno dei curatori della mostra dedicata al grande pittore cremonese, ripercorrendo alcuni passaggi del convegno tenuto mercoledì in Sala Quadri del palazzo comunale.
Clessidre, sudari, altrove orologi, strumenti musicali con le corde spezzate, bolle di cristallo, fiori appassiti, avanzi di cibo. Lo scorrere del tempo e la precarietà dell’esistenza popolano le nature morte e le tele che i notabili richiedono per gli studi e le stanze delle ville cittadine. «Da un lato - osserva Guazzoni - la tendenza all’eccesso e al macabro è tipica del Seicento, tanto da diventare una vera e propria richiesta del pubblico. Ma c’è anche una ragione filosofica: si affermano idee radicali sul tempo e sulla morte. Si veniva da tempi terribili e si avvertiva l’esigenza di un rapporto più dignitoso con la morte».
Non è quella sensazione di timore che ci avvolge nell’osservare un bambino ignaro assopirsi sopra la bocca spalancata di una testa di morto a muovere il pensiero e il pennello del Genovesino. «La sua è una forma di scesi: l’accettazione della morte e la sua contemplazione. Anche negli aspetti più spettacolari e teatrali, che saranno tanto enfatizzati dal Barocco. In forme diverse, certo: c’è l’approccio della percezione delle nature morte che lasciano intravedere i segni della caducità, c’è quello più meditativo dei pittori nordici e fiamminghi che utilizzano simboli e scritte per guidare il pensiero, e quello dei paesi latini. In Spagna la Vanitas è spettacolare e fortemente emozionale, in Italia si sviluppa addirittura la volontà di spaventare, di suscitare orrore».
Così Giovanni Martinelli fa spuntare uno scheletro alle spalle dei commensali, Jacopo Ligozzi dipinge teschi in decomposizione senza lesinare dettagli, Vincenzo Bonomini nel Polittico di santa Grata a Bergamo veste i i morti con abiti contemporanei: contadini, nobili, ecclesiastici...
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A raccontare il fascino inquietante di questa e di molte altre immagini è il professor Valerio Guazzoni, uno dei curatori della mostra dedicata al grande pittore cremonese, ripercorrendo alcuni passaggi del convegno tenuto mercoledì in Sala Quadri del palazzo comunale.
Clessidre, sudari, altrove orologi, strumenti musicali con le corde spezzate, bolle di cristallo, fiori appassiti, avanzi di cibo. Lo scorrere del tempo e la precarietà dell’esistenza popolano le nature morte e le tele che i notabili richiedono per gli studi e le stanze delle ville cittadine. «Da un lato - osserva Guazzoni - la tendenza all’eccesso e al macabro è tipica del Seicento, tanto da diventare una vera e propria richiesta del pubblico. Ma c’è anche una ragione filosofica: si affermano idee radicali sul tempo e sulla morte. Si veniva da tempi terribili e si avvertiva l’esigenza di un rapporto più dignitoso con la morte».
Non è quella sensazione di timore che ci avvolge nell’osservare un bambino ignaro assopirsi sopra la bocca spalancata di una testa di morto a muovere il pensiero e il pennello del Genovesino. «La sua è una forma di scesi: l’accettazione della morte e la sua contemplazione. Anche negli aspetti più spettacolari e teatrali, che saranno tanto enfatizzati dal Barocco. In forme diverse, certo: c’è l’approccio della percezione delle nature morte che lasciano intravedere i segni della caducità, c’è quello più meditativo dei pittori nordici e fiamminghi che utilizzano simboli e scritte per guidare il pensiero, e quello dei paesi latini. In Spagna la Vanitas è spettacolare e fortemente emozionale, in Italia si sviluppa addirittura la volontà di spaventare, di suscitare orrore».
Così Giovanni Martinelli fa spuntare uno scheletro alle spalle dei commensali, Jacopo Ligozzi dipinge teschi in decomposizione senza lesinare dettagli, Vincenzo Bonomini nel Polittico di santa Grata a Bergamo veste i i morti con abiti contemporanei: contadini, nobili, ecclesiastici...
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