Nel mondo di Tony Wolf dove la fantasia è realtà

23 NOV 17
Ultimo aggiornamento: 18:3216 MAG 25
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Anni Cinquanta. Due cremonesi si incontrano e stringono un bel rapporto d’amicizia. Passa qualche tempo, in seguito il primo - Sergio Tarquinio, pittore molto conosciuto, già affermatosi anche dentro il contesto fumettistico nazionale ed estero - convince l’amico, un disegnatore autodidatta, a presentare alcune delle sue opere a qualcuna delle più importanti Case editrici milanesi. Ciò che segue è una storia incredibile, contrassegnata da un successo straordinario e da un talento grafico inimitabile.
È la storia di Antonio Lupatelli, nome autentico di quel Tony Wolf che, pennino e pennello ben stretti tra le mani, ancora affascina milioni di bambini grazie ai suoi personaggi, sempre immersi in paesaggi fiabeschi. Animali dai tratti morbidi e dall’espressività umana, gnomi e folletti dal sorriso simpatico e accattivante: eccolo, il mondo che l’autore ha saputo ricreare nel corso di una luminosa carriera durata oltre sessant’anni. Un tipo di arte, il suo, sì molto lontano dalla tecnologia più avveniristica oggi tanto in voga, ma che conserva dentro di sé un fascino straordinario capace di suscitare la più autentica meraviglia e che potremo ammirare - dal prossimo 2 dicembre, negli spazi del Centro Culturale di Santa Maria della Pietà - nel corso della splendida mostra antologica (la prima mondiale) che l’Associazione Culturale “Tapirulan” dedica al formidabile disegnatore che abbiamo incontrato nel suo studio di via Genala.
Che ricordo conserva degli anni Cinquanta, cioè di quando iniziò a muovere i primi passi in un ambito, quello artistico, che fino ad allora per lei era del tutto inedito?
«Ricordo una città di Milano tanto differente rispetto alla placida Cremona, nella quale fino ad allora avevo lavorato dentro un noto maglificio: la metropoli offriva molte opportunità professionali, infatti trovare un’occupazione stabile per me non fu troppo difficile. Rammento bene il fermento, quel clima “frizzante” che - mi dicono - la realtà milanese ancora offre. Mi ero stabilito, peraltro, in un quartiere popolato di molti studenti cremonesi: sentirli parlare in dialetto mi faceva respirare l’aria di casa, mantenendomi allegro benché lontano dalla mia famiglia».