Cinquant'anni di arte al San Domenico Wlady Sacchi: «La pittura è un istinto»

CREMA – Dipingere un paesaggio marino e dimenticarsi il cielo, aggiungerlo dopo, rubarlo a un tramonto sulla pianura padana. La pittura di Wlady Sacchi è fatta di dettagli e suggestioni, incamerate in qualche angolo di mondo, pronte a riemergere quando l'ispirazione stuzzica lo spirito. L'ultima esposizione realizzata dall'artista cremasco presso gli spazi del Teatro San Domenico di Crema ha raccolto opere dipinte tra il 1959 e il 2012. Figure umane, nature morte, paesaggi e composizioni astratte indagano realtà e dimensione umana cavalcando i grandi movimenti artistici e sociali di fine Novecento.
Sempre fedele al classicismo, l'artista sperimenta la metafisica di De Chirico, le attese di Carrà, le forme oniriche di Dalì.
La pittura di Sacchi parte su tonalità calde e vibranti che schiariscono con il passare degli anni, forse segno di una pacatezza d'animo, una consapevolezza maggiore senza che tuttavia si perda la luminosità che rimane una costante su cui si giocano colori e composizioni. Niente colore "stopo", sordo; le pennellate di Sacchi conservano la trasparenza dell'aria e trasformano le cornici in finestre per "volare nell'opera".
Oltre cinquant'anni di carriera che lasciano all'artista la voglia di dipingere, ancora. «La pittura è un istinto», dichiara. Che siano uomini o manichini, i soggetti di Sacchi rimangono sospesi tra realtà e sogno, in bilico tra spazio e tempo, spesso usurati da una quotidianità convulsa e indomabile.
Tornano in bella mostra i nudi dello scandalo, uno dei quali costò al pittore il sequestro e un processo nel '61 risolto con l'assoluzione e l'appoggio di illustri critici come Cesare Borgese.
C'è spazio anche per la satira, pennellate decise che trasformano gli uomini in zucche bitorzolute, ora imbronciate ora avide di potere, smarrite in paesaggi improbabili.
Le tele imbevute di attesa si animano attraverso un soffio di vita invisibile, che si coglie soltanto attraverso il volo di un foglio di carta che spunta dalla cornice e attraversa il quadro, diretto chissà dove, senza posa.
Sempre fedele al classicismo, l'artista sperimenta la metafisica di De Chirico, le attese di Carrà, le forme oniriche di Dalì.
La pittura di Sacchi parte su tonalità calde e vibranti che schiariscono con il passare degli anni, forse segno di una pacatezza d'animo, una consapevolezza maggiore senza che tuttavia si perda la luminosità che rimane una costante su cui si giocano colori e composizioni. Niente colore "stopo", sordo; le pennellate di Sacchi conservano la trasparenza dell'aria e trasformano le cornici in finestre per "volare nell'opera".
Oltre cinquant'anni di carriera che lasciano all'artista la voglia di dipingere, ancora. «La pittura è un istinto», dichiara. Che siano uomini o manichini, i soggetti di Sacchi rimangono sospesi tra realtà e sogno, in bilico tra spazio e tempo, spesso usurati da una quotidianità convulsa e indomabile.
Tornano in bella mostra i nudi dello scandalo, uno dei quali costò al pittore il sequestro e un processo nel '61 risolto con l'assoluzione e l'appoggio di illustri critici come Cesare Borgese.
C'è spazio anche per la satira, pennellate decise che trasformano gli uomini in zucche bitorzolute, ora imbronciate ora avide di potere, smarrite in paesaggi improbabili.
Le tele imbevute di attesa si animano attraverso un soffio di vita invisibile, che si coglie soltanto attraverso il volo di un foglio di carta che spunta dalla cornice e attraversa il quadro, diretto chissà dove, senza posa.