Arte in crisi, a Cremona le gallerie vanno al tappeto

17 FEB 13
Ultimo aggiornamento: 15:3716 MAG 25
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Con il 31 dicembre, infatti, ha preso congedo un’altra galleria cremonese che aveva alle spalle una attività più che ventennale e che si era distinta per un suo coerente percorso: lo Studio d’Arte La Saletta di corso Mazzini ha chiuso infatti i battenti concludendo una attività costante di promozione collezionistica che ha riguardato non solo alcuni significativi autori locali (Iginio Sartori, Angelo Bertolini, Giorgio Mori, Mario Micheletti, Cornelio Bertazzoli…) ma anche importanti artisti dell’Ottocento, del Macchiaiolismo e della Scuola Labronica, soprattutto rivolgendo le proprie scelte verso opere di piccolo o medio formato. Non è stata l’unica realtà che, in anni recenti, ha lasciato sguarnito il mondo artistico locale: dalla Galleria d’arte Il Torrazzo di via Ugolani Dati alla Galleria di Palazzo Barbò, da L’incontro di corso Garibaldi alla Galleria Porta Marzia, nell’ultimo decennio non sono state certo poche le defezioni che hanno colpito Cremona. Sono stati pochi i nuovi ingressi? Non proprio, sebbene le aperture di nuovi spazi espositivi, infatti, sembra non siano stati, per ora, in grado di controbilanciare i vuoti lasciati da entità storicamente di peso, sia nel mondo culturale che del mercato locale. Il mercato… questo mito al quale si è sacrificato molto in un recente passato pare non sia più in grado di sostenere il peso di coloro che vi si aggrappano, chiedendo ai suoi meccanismi sostentamento e vigore. Si tratta beninteso di un fenomeno non soltanto locale che richiede una riflessione di base: il mercato si divide, grosso modo, in tre fasce: una alta che riguarda il mercato internazionale, le grandi aste e le gallerie più importanti a livello mondiale, si tratta di una realtà forzatamente ristretta che, dopo un periodo di crisi qualche anno fa, ha ripreso ultimamente forza grazie a vendite più che milionarie, avvenute sulle piazze che movimentano il mercato globale dell’arte: Londra, Shangai, Singapore, Tokio, New York, Mosca, Pechino… La seconda fascia è occupata dalle grandi gallerie di livello nazionale che hanno un mercato più ristretto ma si appoggiano alle case d’asta e formano una rete, relativamente, solidale nel reciproco interesse, la terza, ed è questa che riguarda territori come quello cremonese, è formata da realtà squisitamente locali che possono contare su un mercato assai ristretto, locale o poco più e su clientela di passaggio. Sono queste per l’appunto le gallerie che, dalla attuale congiuntura economica e sociale, hanno subito i maggiori danni e che rischiano maggiormente la scomparsa.
Eppure i loro meriti dovrebbero concorrere a salvarle in quanto sono notevoli: veicolano arte e quindi cultura in località che si trovano al di fuori dei grandi e medi circuiti, consentono di trovare spazio alle espressioni artistiche locali, contribuiscono a creare luoghi di aggregazione e partecipazione, movimentano il mercato del collezionismo per quella fascia di amatori che non possono permettersi di partecipare alle acquisizioni con troppi zeri. O non è così?!?
Vediamo la realtà di casa nostra e cerchiamo di capire un fenomeno che, troppo sbrigativamente, si vorrebbe attribuire alla crisi economica dell’ultimo anno, ma che, a mio avviso, ha componenti un poco più complesse. Premesso appunto che la galleria ha due assetti essenziali: fare cultura artistica ed essere un tassello del mercato, quale dei due è divenuto prioritario nel tempo? Indubbiamente il secondo. Fare cultura, infatti, sembra essere diventato un lusso del quale si può anche fare a meno, se si è una realtà anche commerciale, relegando quindi il compito alle associazioni artistico-culturali preposte, le quali non hanno fine di lucro e che si sovvenzionano per la loro sopravvivenza da fondi di raccolta di varia provenienza. Anche Cremona ne ha, una storica, l’Adafa, ed altre di nascita più recente, quali CremonArte, Aics locale, sezione della Associazione cultura e sport nazionale, votate ad una attività che di volta in volta ha scopi benefici o di divulgazione artistica. Pochi sanno, tuttavia, come anche per loro la sopravvivenza sia diventata difficile, mancando ormai quasi del tutto le sovvenzioni pubbliche ed essendo carenti quelle private, non resta loro che l’autotassazione la quale soffre della comune difficoltà economica, da ultimo si fa necessario un massiccio ricorso al volontariato, ma quanto durerà? Forse, ipotizzo, anche questo tipo di associazionismo è destinato alla scomparsa, se non interverranno mutamenti od un allargamento della base di presenza interna e di utenza, quindi teniamoci pronti a successive riflessioni future.
Sulle gallerie dunque pesa il doppio compito di offrire opere di qualità artistica almeno accettabile e di promuovere, incentivare o almeno mantenere in vita un mercato che, nell’ultimo secolo, ha preso il posto dell’arte che, paradossalmente, dovrebbe sostenere. Sembra che io stia dicendo una eresia? Ma no! Anzi: si osservi come, allargandosi la domanda di opere d’arte da acquisire a vario titolo, ciò abbia comportato la creazione, il consolidamento e la diffusione del mercato stesso. Durante il XIX secolo la ricchezza della borghesia necessitò di utilizzare in modo duplice il prodotto dell’ingegno artistico: come oggetto d’arredo che conducesse ad una promozione sociale, capace di diminuire il dislivello esistente nei confronti dell’aristocrazia e come auspicabile forma di investimento che consolidasse l’immagine delle fortune acquisite presso la società di cui si ambiva di far parte a pieno titolo. Nel Novecento il fenomeno si è consolidato ed esteso, talché si giunse a ritenere che la crescita dovesse essere esponenzialmente sempre in positivo. Fu un errore fatale che si scontrò con la realtà delle diverse e susseguenti crisi economiche degli ultimi trent’anni, dalle quali tuttavia, la fascia di mercato più alta si risolleva ogni volta poiché appare impensabile una Waterloo che travolga gli interessi delle grandi realtà finanziarie mondiali, particolarmente quelle dei grandi gruppi a livello globale più di quelle delle banche o dei singoli individui. Negli ultimi mesi del 2012 infatti si è assistito a vendite “silenziose” di parte del patrimonio collezionistico sia di banche nazionali che di singoli tycoons, bisognosi entrambi di trasfusioni di denaro fresco. Come può sopperire quindi una realtà squisitamente locale a una simile inversione del mercato? Ad un passaggio epocale dalla esasperata convinzione di una estrema apertura ai destini magnifici e progressivi verso una chiusura quasi totale di ogni canale di vendita? Semplicemente non può, quindi, chiude. Approfondiremo il discorso nella prossima puntata.