Millenni di storia in cerca dell'uomo o "quello che resta"

13 FEB 25
Ultimo aggiornamento: 20:3216 MAG 25
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Scrittore di talento e di ottima versatilità, Marco Niro usa le parole nello stesso modo in cui lo scultore usa lo scalpello: pochi colpi ben assestati, affinché l’opera prenda forma. Con “L’uomo che resta” (“Les Flâneurs Edizioni”), l’autore ci regala un (altro) romanzo di successo: al centro della vicenda, il cambiamento climatico e le conseguenze che esso può comportare per la specie più diffusa (e più pericolosa) sulla Terra: l’essere umano.

Passato, presente e futuro si fondono innescando una trama oltremodo complessa e affascinante. La prosa s’è fatta ancora più essenziale rispetto ai libri precedenti, arrivando a essere ancora più penetrante. Quale labor limae l’ha condotta alla stesura de “L’uomo che resta”?
«Volevo raccontare una storia di respiro molto ampio: vasta nello spazio e, soprattutto, nel tempo. Contemporaneamente, sulla scorta della “rapidità calviniana”, volevo pure che fosse d’immediata fruizione, diretta e ritmata, a compensare la complessità dei contenuti. Penso che, quando si scrive (soprattutto a scopi non tanto letterari, ma divulgativi e politici come io ho sempre fatto), si debba assolutamente evitare l’errore di dire troppo, limitandosi a quel che basta affinché il lettore sia, poi, invogliato ad approfondire con altri testi». ...
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