Le Corde dell'anima vibrano con i tanti amori di Mura

Il vento entra nel cortile del Museo del Violino dribblando a ritmo di tango le colonne che guardano piazza Marconi, proprio come fece Maradona con mezza nazionale inglese. Le parole, intanto, si fanno musica e poi sconfinano nella poesia. Nostalgia e ironia si alternano in un questa agorà del sentimento, tutta granito e cemento. Seduto al centro della scena, Gianni Mura fa vibrare le Corde dell'anima con i suoi “Tanti amori”. Gourmet, giornalista, scrittore, umorista dalla battuta corrosiva, si lascia traghettare nel viaggio fuori dal tempo da Gianni Biondillo e Marco Manzoni, mentre le note liberate dalla chitarra di Ricky Gianco si addensano nell'aria. Manzoni racconta Mura e Mura racconta il suo piccolo mondo. Antico e popolato di etica, passione e umanità. L'epu che prende il posto dell'Epo, la sostanza dopante che ammorba il ciclismo, forse il più travolgente fra gli amori dell'inviato di Repubblica. Il calcio è un pretesto per raccontare personaggi dalla schiena dritta, hombres verticales ormai scomparsi dalla scena. “Ne esistono pochi – dice – e in un caso almeno dovremmo parlare di mujer vertical. Mi riferisco a Josefa Idem”. Un mondo dove Brassens e Di Stefano passeggiano sullo stesso manto verde, quello del genio striato dal “mal de vivre” e dove i licei sono intitolati a Fabrizio De Andrè e Giorgio Gaber. Uno spleen sottile quello che anima Mura, che si abbina in equilibro perfetto ai rossi dal tono forte che scaldavano l'animo ruspante al Paròn Rocco, alle pipate di tabacco di Enzo Bearzot, ai testi densi come zuppe di verdure di Gianco, “che sa pucciare la vena artistica nella Senna”. Apre il libro del vissuto e un aneddoto tira l'alto. Dal primo pezzo scritto con fare brereggiante, a soli 19 anni, per la Gazzetta dello Sport e finito nel cestino della spazzatura per mano del direttore Gualtiero Zanetti (“Mura, mi disse, di Brera ne abbiamo già uno. Ci basta”) al filetto di carne mangiato da Perri prima delle Olimpiadi di Montreal (“Di così alti non ne avevo mai visti”). Amarcord che non lascia speranze al mondo moderno. Soprattutto se si tratta di calcio, moderno. “Quando hai visto giocare Di Stefano, Zico e Maradona è difficile appassionarsi alle gesta di Aquilani e Gilardino”. E ancora: “Un tempo i numeri sulle maglie avevano un senso. Il 2 picchiava più del 3 ma meno del 5 e del 6. Il 4 e l'8 correvano anche per il 10, che in realtà non correva affatto. Il 7 era il più basso della squadra. Il 9 e l'11 facevano gol. Poi c'era il 10, che da solo valeva il prezzo del biglietto. Quando ho visto il secondo portiere del Chievo Lupatelli indossare la maglia con quel numero ho capito che era finito un mondo”. E in quell'istante lo spleen ha ceduto il passo all'amargura.