Casalmaggiore, apre sabato 1 giugno al Museo Diotti la mostra postuma di Renzo Gipèn Federici "Il quadro come enigma"

Renzo Federici, detto Gipèn (Casalmaggiore 1919 - 972) è lo straordinario artista del secolo scorso che Piero Del Giudice ha scoperto e portato in mostra, catalogo e video, al Museo Diotti di Casalmaggiore, dopo una tenace ricerca. Con l’aiuto dei figli di Federici, Libero e Roberto, che ha permesso la realizzazione del progetto.
La mostra apre sabato 1 giugno - ore 17 la vernice.
La mostra apre sabato 1 giugno - ore 17 la vernice.
Federici è un caso. Dipendente di cooperativa, dipingeva nei ritagli di tempo del lavoro, la sera, la domenica. Ha lasciato 40 quadri. Detto Gipèn - come il nonno Giuseppe e il padre Garibaldi, calzolaio, così all’anagrafe, in omaggio alla fede garibaldina - non dipinge paesaggi, né pioppi, né le acque del Po, ma affronta un’ardua figurazione imparentata con la Grande pittura del passato - dai neoumanisti, ai manieristi, al Caravaggio e caravaggeschi. Percorre in bicicletta le terre mantovane dei Gonzaga - Sabbioneta, Mantegna e Giulio Romano di Palazzo Te a Mantova. È consueto alla Pinacoteca di Parma e alle opere dell’amato Parmigianino. Elabora questo retroterra colto in format del tutto originali, per altro prossimi sia a real gothic di Balthus, sia al realismo di tradizione di Ziveri e Mucchi.
Lavora da giovane come materassaio ma, subito, è soldato italiano nell’Europa del Secondo conflitto mondiale. Partecipa alla guerra sul fronte africano per circa un anno. Nella lunga e disastrosa battaglia di El Alamein, viene fatto prigioniero dagli inglesi. Luglio 1942. Deportato nel Galles, vi rimane, tra campo di prigionia e lavoro agricolo esterno, quasi quattro anni. Qui inizia la sua esperienza artistica.
La sua pittura è sostenuta da una visione drammatica, tragica della vita. Morte ed Eros cadenzano le sue tele. Una cultura protocristiana del dolore e del martirio è pronta ad offrire le iconologie necessarie: la Croce, il sacrificio dei martiri, il racconto evangelico, le vite dei santi. Laddove in Croce salgono i poveri cristi di un proletariato diffuso, al lavoro servile, in condizioni di semipovertà
Lui stesso in Croce, lui stesso martire dalla breve vita vissuta tra guerra, prigionia e giornate di duro lavoro. Lui artista eccellente e retorico, frequentatore della iconologia dei Grandi in pinacoteche, città d’arte, terre mantovane dei Gonzaga. Da Mantegna, a Giulio Romano di Palazzo Te, all’amato Parmigianino. Amò l’Opera e il Teatro lirico. Fu sapiente imbastitore di tele morali, di sermoni sulla vita attraverso il quadro, di vanitas che dalle sue tele tuttavia ci ammoniscono.
Lui stesso in Croce, lui stesso martire dalla breve vita vissuta tra guerra, prigionia e giornate di duro lavoro. Lui artista eccellente e retorico, frequentatore della iconologia dei Grandi in pinacoteche, città d’arte, terre mantovane dei Gonzaga. Da Mantegna, a Giulio Romano di Palazzo Te, all’amato Parmigianino. Amò l’Opera e il Teatro lirico. Fu sapiente imbastitore di tele morali, di sermoni sulla vita attraverso il quadro, di vanitas che dalle sue tele tuttavia ci ammoniscono.