Casalmaggiore, apre sabato 1 giugno al Museo Diotti la mostra postuma di Renzo Gipèn Federici "Il quadro come enigma"

29 MAG 13
Ultimo aggiornamento: 05:4913 GIU 26
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Immagine di Casalmaggiore, apre sabato 1 giugno al Museo Diotti la mostra postuma di Renzo Gipèn Federici "Il quadro come enigma"
Renzo Federici, detto Gipèn (Casalmaggiore 1919 - 972) è lo straordinario artista del secolo scorso che Piero Del Giudice ha scoperto e portato in mostra, catalogo e video, al Museo Diotti di Casalmaggiore, dopo una tenace ricerca. Con l’aiuto dei figli di Federici, Libero e Roberto, che ha permesso la realizzazione del progetto.
La mostra apre sabato 1 giugno - ore 17 la vernice.
Federici è un caso. Dipendente di cooperativa, dipingeva nei ritagli di tempo del lavoro, la sera, la domenica. Ha lasciato 40 quadri. Detto Gipèn - come il nonno Giuseppe e il padre Garibaldi, calzolaio, così all’anagrafe, in omaggio alla fede garibaldina - non dipinge paesaggi, né pioppi, né le acque del Po, ma affronta un’ardua figurazione imparentata con la Grande pittura del passato - dai neoumanisti, ai manieristi, al Caravaggio e caravaggeschi. Percorre in bicicletta le terre mantovane dei Gonzaga - Sabbioneta, Mantegna e Giulio Romano di Palazzo Te a Mantova. È consueto alla Pinacoteca di Parma e alle opere dell’amato Parmigianino. Elabora questo retroterra colto in format del tutto originali, per altro prossimi sia a real gothic di Balthus, sia al realismo di tradizione di Ziveri e Mucchi.  
Lavora da giovane come materassaio ma, subito, è soldato italiano nell’Europa del Secondo conflitto mondiale. Partecipa alla guerra sul fronte africano per circa un anno. Nella lunga e disastrosa battaglia di El Alamein, viene fatto prigioniero dagli inglesi. Luglio 1942. Deportato nel Galles, vi rimane, tra campo di prigionia e lavoro agricolo esterno, quasi quattro anni. Qui inizia la sua esperienza artistica.
La sua pittura è sostenuta da una visione drammatica, tragica della vita. Morte ed Eros cadenzano le sue tele. Una cultura protocristiana del dolore e del martirio è pronta ad offrire le iconologie necessarie: la Croce, il sacrificio dei martiri, il racconto evangelico, le vite dei santi. Laddove in Croce salgono i poveri cristi di un proletariato diffuso, al lavoro servile, in condizioni di semipovertà
Lui stesso in Croce, lui stesso martire dalla breve vita vissuta tra guerra, prigionia e giornate di duro lavoro. Lui artista eccellente e retorico, frequentatore della iconologia dei Grandi in pinacoteche, città d’arte, terre mantovane dei Gonzaga. Da Mantegna, a Giulio Romano di Palazzo Te, all’amato Parmigianino. Amò l’Opera e il Teatro lirico. Fu sapiente imbastitore di tele morali, di sermoni sulla vita attraverso il quadro, di vanitas che dalle sue tele tuttavia ci ammoniscono.