Sabato beati i martiri algerini di Tibhirine

Nella notte tra il 26 e il 27 marzo del 1996 un commando formato da una ventina di uomini armati irruppe nel monastero trappista di Notre Dame dell’Atlante, 90 chilometri a sud di Algeri. Sette dei nove monaci francesi della comunità furono sequestrati: Luc Dochier, Bruno Lemarchand, Célestin Ringeard, Christian de Chergé, Paul Favre-Miville, Michel Fleury e Christophe Lebreton. L’operazione fu rivendicata dal “Gia”, Gruppo islamico armato, un’organizzazione terroristica la cui azione si intensificò dopo il colpo di Stato del 1992, quando l’esercito impedì il secondo turno delle elezioni che avrebbero visto la vittoria del “Fronte islamico di salvezza”. Il 21 maggio i terroristi annunciarono l’uccisione dei monaci, le cui teste furono ritrovate il 30 maggio, mentre i corpi non furono mai ritrovati. I religiosi erano ben consapevoli della situazione di pericolo in cui si trovavano, malgrado ciò decisero di non abbandonare il monastero, per fedeltà alla loro missione. I due trappisti scampati al sequestro si trasferirono nel monastero trappista di Fès in Marocco.
È senz’altro un evento di rilievo non solo per la piccola Chiesa locale, ma anche per i tanti che in questo Paese non hanno dimenticato il vescovo Pierre Claverie e i suoi diciotto compagni martiri. Il loro ricordo è ancora vivo e rimane impressa nella mente di tanti la scelta comune fatta dai monaci di Tibhirine e dagli altri religiosi e religiose di varie congregazioni di non abbandonare il popolo algerino proprio nell’ora più difficile, disposti a pagare la fedeltà a Dio con il dono della propria vita fino all’effusione del sangue.
Il loro assassinio si è compiuto nel giro di due anni, dal 1994 al 1996, nel periodo buio del terrorismo nel Paese. L’ultimo a versare il suo sangue è stato il vescovo di Orano, monsignor Claverie. La loro storia e il loro martirio s’inseriscono nella sofferenza del popolo algerino di quegli anni di guerra fratricida in cui caddero vittime quasi centocinquantamila persone. Ognuno di questi religiosi e religiose è stato un testimone autentico dell’amore di Cristo e del suo Vangelo. Non avevano scelto di essere martiri, avevano soltanto scelto di rimanere laddove Dio li aveva chiamati. Non hanno sfuggito la violenza: l’hanno combattuta con le armi dell’accoglienza fraterna, della preghiera comunitaria, attraverso la relazione rispettosa vissuta giorno per giorno con i loro fratelli musulmani, da uomini e donne di fede, di preghiera, di dialogo, quali essi erano.
L’importanza ecclesiale è nel significato del loro martirio. Questi nostri fratelli messi davanti alla domanda se restare o andare via davanti alla situazione di violenza imperante nel Paese hanno deciso liberamente di rimanere fedeli alla loro vocazione, seppure le sollecitazioni a partire erano state tante. «Le beatitudini sono innanzitutto il Vangelo del vivere insieme» scriveva nel suo diario padre Christian de Chergé, il priore della comunità dei sette monaci martiri di Tibhirine. Il martirio è “con” non “contro”. Nel suo stesso testamento scriveva che «l’Algeria e l’islam, per me, sono un corpo e un’anima».
Il ritrovamento delle teste decapitate dei monaci nel maggio 1996 provocarono un’emozione fortissima non solo nella piccola comunità cristiana e in moltissimi musulmani, ma nel mondo intero, specialmente in Francia. Il film a loro dedicato, Des hommes et des dieux (in italiano “Uomini di dio”) ha sconvolto milioni di spettatori. Perché la barbara uccisione di questi uomini di Dio, dediti alla preghiera e al lavoro, autenticamente fratelli dei loro vicini musulmani? La Chiesa ha riconosciuto il sacrificio della loro vita. È auspicabile che le autorità civili facciano luce sulla dinamica del loro assassinio.
È prassi che per la celebrazione di beatificazioni il Santo Padre non partecipi personalmente e che invii un suo delegato. Così è anche questa volta. Tuttavia per manifestare la sua vicinanza al popolo algerino e dare rilievo all’evento ha deciso in maniera eccezionale di nominare il sottoscritto, nella mia qualità di prefetto della Congregazione delle cause dei santi, come suo inviato speciale, facendomi accompagnare da una missione pontificia e da una Lettera apostolica ad hoc.
Mi hanno riferito che c’è attesa da parte dei musulmani, specialmente di quelli che hanno conosciuto questi nostri fratelli e pertanto non penso che la celebrazione possa passare nell’indifferenza. La Chiesa è in una logica di misericordia e desidera offrirla all’intera Algeria nell’intento di aiutarla a medicare le ferite, rifiutando ogni fondamentalismo, rispettando la sofferenza delle cicatrici ancora numerose e promuovendo il dialogo. Nel ricevere in udienza i vescovi Paul Desfarges, di Algeri, e Jean Paul Vesco, di Orano, il Papa aveva insistito molto su questo punto e aveva sottolineato come il vescovo Claverie sia stato assassinato insieme a un giovane amico musulmano, per cui il sangue si è mescolato nell’amore a questo popolo.
I 19 martiri con la loro vita donata rappresentano un’icona dell’identità della Chiesa d’Algeria incarnando fino alla fine la sua vocazione a essere sacramento della carità di Cristo per tutto il suo popolo. Essi hanno fecondato la presenza cristiana in questo travagliato Paese e sono anche ritenuti, con la loro testimonianza autorevole, strumenti di pace. Nel recente comunicato i quattro vescovi dell’Algeria hanno scritto che essi «ci sono donati come intercessori e come modelli di vita cristiana, di amicizia e di fraternità, d’incontro e di dialogo e il loro esempio può aiutare nella vita di ogni giorno». L’attesa di questa minuta ma fervente Chiesa in terra islamica è nell’essere confermati a continuare la testimonianza della fede in tale prospettiva, senza mire di proselitismo, ma nella condivisione, nella donazione totale, nell’umiltà del servizio.
