«In ambulatorio distribuivo cibo e acqua a chi era in attesa»

20 FEB 25
Ultimo aggiornamento: 20:3216 MAG 25
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«Ricordo quei giorni come un sogno, come qualcosa di irreale», racconta Fabio Saccà, Oss al Pronto soccorso, dove lavorava anche cinque anni fa. «Già prima della notizia del caso di Codogno, in pronto soccorso avevamo osservato un numero anomalo di strane polmoniti, quindi già avevamo capito che stava succedendo qualcosa».

Che sensazioni ricorda di quei primi mesi?
«Soprattutto l’ansia di portare il virus a casa e contagiare la famiglia. Quando rientravo ogni sera mi spogliavo in garage. Avevo i figli piccoli e non volevo che si avvicinassero a me. Temevo che prima o poi avrei preso anch’io il Covid, anche perché vedevo i colleghi che si ammalavano uno dopo l’altro, chi più gravemente, chi meno. Invece sono stato uno dei pochi a non prenderlo».
Ricorda qualche episodio particolare?
«Una notte il pronto soccorso era talmente pieno che avevamo tutti i lettini da campeggio nei corridoi perché non sapevamo dove mettere i pazienti. Anche l’ambulatorio era pieno, e noi Oss distribuivamo panini e bottigliette d’acqua alla gente in attesa. Sembrava di essere in guerra. Era terribile vedere la gente sui lettini che stava male e moriva da sola perché non potevano entrare i parenti. In tanti sono morti direttamente in pronto soccorso, anche perché tanti arrivavano quando già era troppo tardi. Poi c’era il problema dell’ossigeno: ogni notte controllavamo le bombole per paura che non bastasse. Una volta abbiamo avuto un problema all’impianto dell’ossigeno e abbiamo dovuto andare a cercare le bombole in tutto l’ospedale, negli scantinati». ...
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