«Per rispondere a ogni bisogno, senza distinzioni»

Ci troviamo a Cremona, negli spazi di Cascina Moreni, sede, tra le altre, di Eco-Company, società cooperativa sociale di tipo B, nata nel 2002 per volontà di alcune famiglie, determinate a creare occasioni di lavoro per persone “fragili”. Cuore pulsante dell’iniziativa fu Marco Simi, che, nel 2004, lasciò “in eredità” la neonata realtà a don Alberto Mangili, tuttora presidente di Eco-Company. A raccontare la storia, le iniziative e le finalità di Eco-Company è la coordinatrice, Angela Ravelli.
La vostra realtà di prodiga a favore del benessere sociale delle persone “fragili”. Ma di quali fragilità parliamo?
«Le fragilità di cui ci occupiamo sono molto varie, e questo è anche un punto di forza. Ci sono persone con disabilità fisiche o cognitive, soggetti con disagi psichiatrici, persone con svantaggi, certificati o meno, che derivano da contesti sociali o familiari degradati. C’è anche chi è “fragile” perché è straniero e non riesce a inserirsi in un contesto diverso... Ecco, c’è una grande varietà, ma la nostra caratteristica è quella di cercare di rispondere al bisogno, indipendentemente da quale sia l’origine».
«Le fragilità di cui ci occupiamo sono molto varie, e questo è anche un punto di forza. Ci sono persone con disabilità fisiche o cognitive, soggetti con disagi psichiatrici, persone con svantaggi, certificati o meno, che derivano da contesti sociali o familiari degradati. C’è anche chi è “fragile” perché è straniero e non riesce a inserirsi in un contesto diverso... Ecco, c’è una grande varietà, ma la nostra caratteristica è quella di cercare di rispondere al bisogno, indipendentemente da quale sia l’origine».
E, in questo senso, qual è la vostra finalità?
«Noi cerchiamo di andare oltre a quello che c’è scritto sul foglio di carta della diagnosi, che spesso, banalmente, fotografa una realtà parziale. Nella quotidianità, nel lavoro, nella vicinanza, nella prossimità si scoprono abilità che magari, facendo solo riferimento a quella diagnosi, nessuno avrebbe dato per buone». (...)
«Noi cerchiamo di andare oltre a quello che c’è scritto sul foglio di carta della diagnosi, che spesso, banalmente, fotografa una realtà parziale. Nella quotidianità, nel lavoro, nella vicinanza, nella prossimità si scoprono abilità che magari, facendo solo riferimento a quella diagnosi, nessuno avrebbe dato per buone». (...)
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