«Virus aggressivo, resistente all'ambiente»

Continua a evolvere, purtroppo negativamente, la situazione della Peste Suina sul territorio cremonese: è notizia di pochi giorni fa di un nuovo focolaio nel Lodigiano, distante solo una decina di chilometri dal confine con il territorio cremonese. Questo potrebbe portare ad incrementare l’area di restrizione di tipo 1 già istituita tra Cremasco e Cremonese, che per ora conta 33 comuni. «È per ora difficile dare un’informazione più precisa perché in quest’ambito le decisioni vengono prese addirittura a livello comunitario, attraverso un’interazione con il Ministero e la Regione», sottolinea Vincenzo Traldi, direttore del Dipartimento Veterinario di Ats Valpadana.
Che controlli sono stati fatti da Ats in questi mesi di emergenza?
«Nelle zone di restrizione della provincia di Cremona abbiamo fatto numerosi controlli negli allevamenti in merito alle norme sulla biosicurezza, alcuni anche in collaborazione con i carabinieri del Nas. Inoltre abbiamo lavorato sull’ambito del selvatico, ossia i cinghiali, attivando una ricerca attiva delle carcasse di cinghiale morto, e stiamo realizzando un centro di stoccaggio per le eventuali carcasse rinvenute. Inoltre è iniziata una attività di ricerca, cattura e abbattimento in zona di restrizione, in collaborazione con la Polizia Provinciale e attraverso una società che ci eroga questo servizio, Tale operazione viene poi effettuata anche nelle zone non di restrizione, ma qui viene gestita dalla Polizia Provinciale. Infine abbiamo organizzato incontri informativi e formativi per gli allevatori, sempre in ambito di gestione della biosicurezza degli allevamenti. Finora sono stati controllati 387 allevamenti tra Mantova e Cremona, di cui circa la metà nel Cremonese. Per i cinghiali abbiamo fatto 5 uscite dedicate alla ricerca di carcasse, senza ritrovarne alcuna, e questa è una buona notizia. Per quanto riguarda la cattura, sono circa 180 gli animali abbattuti, ma trovati tutti nella zona libera».
«Nelle zone di restrizione della provincia di Cremona abbiamo fatto numerosi controlli negli allevamenti in merito alle norme sulla biosicurezza, alcuni anche in collaborazione con i carabinieri del Nas. Inoltre abbiamo lavorato sull’ambito del selvatico, ossia i cinghiali, attivando una ricerca attiva delle carcasse di cinghiale morto, e stiamo realizzando un centro di stoccaggio per le eventuali carcasse rinvenute. Inoltre è iniziata una attività di ricerca, cattura e abbattimento in zona di restrizione, in collaborazione con la Polizia Provinciale e attraverso una società che ci eroga questo servizio, Tale operazione viene poi effettuata anche nelle zone non di restrizione, ma qui viene gestita dalla Polizia Provinciale. Infine abbiamo organizzato incontri informativi e formativi per gli allevatori, sempre in ambito di gestione della biosicurezza degli allevamenti. Finora sono stati controllati 387 allevamenti tra Mantova e Cremona, di cui circa la metà nel Cremonese. Per i cinghiali abbiamo fatto 5 uscite dedicate alla ricerca di carcasse, senza ritrovarne alcuna, e questa è una buona notizia. Per quanto riguarda la cattura, sono circa 180 gli animali abbattuti, ma trovati tutti nella zona libera».
Che tipo di problemi incontrate nel contenimento di questo virus?
«Uno dei problemi principali è il fatto che sia molto resistente nell’ambiente, oltre al fatto che la sua peculiare circolazione nel selvatico lo rende difficile da eradicare. Esso può infatti resistere anche alcuni mesi, nel periodo invernale, in una carcassa di cinghiale morto. Questo vuol dire che se l’animale muore in (...)».
«Uno dei problemi principali è il fatto che sia molto resistente nell’ambiente, oltre al fatto che la sua peculiare circolazione nel selvatico lo rende difficile da eradicare. Esso può infatti resistere anche alcuni mesi, nel periodo invernale, in una carcassa di cinghiale morto. Questo vuol dire che se l’animale muore in (...)».
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