«Non siamo quelli delle impegnative»

È vicepresidente dell’Ordine dei Medici provinciale: il dottor Marco Agosti crede fortemente nella relazione medico-paziente, poiché «dà senso al nostro lavoro», afferma. E prosegue: «Sono veramente pochi i colleghi che non si ammalano di scientismo e di angoscia epistemofilica. Purtroppo tutto questo senso di onnipotenza della scienza e della tecnologia pervade ormai la nostra professione».
Non gli piace che si parli di “medico di base”, poiché – dice - «è un termine burocratico, che svilisce il nostro ruolo terapeutico. Noi abbiamo in mano l’unità somatopsichica del paziente, siamo gli unici in grado di gestire le criticità individuali o del nucleo familiare, quindi non siamo solo “quelli che fanno le impegnative”, come crede l’immaginario collettivo». Ha l’ambulatorio principale a Romanengo, Agosti, ma tiene anche quello di Casaletto di Sopra-Salvirola, perché crede nella medicina di vicinanza, specie per gli anziani, che non devono essere costretti a lunghe peregrinazioni, «almeno sino a quando i Comuni non organizzeranno un servizio di pullmini per portare i pazienti negli ambulatori». Se la prende con la burocrazia: ad esempio, «tutti dicono che il medico di famiglia è al centro della medicina, però in Regione si sono inventati la scadenza a sei mesi delle ricette per i controlli di follow-up oncologico e del diabete (prima duravano un anno). Così i pazienti vengono da noi per farsi rifare le stesse ricette, che hanno già scritto gli specialisti, con un aggravio di lavoro».
Non gli piace che si parli di “medico di base”, poiché – dice - «è un termine burocratico, che svilisce il nostro ruolo terapeutico. Noi abbiamo in mano l’unità somatopsichica del paziente, siamo gli unici in grado di gestire le criticità individuali o del nucleo familiare, quindi non siamo solo “quelli che fanno le impegnative”, come crede l’immaginario collettivo». Ha l’ambulatorio principale a Romanengo, Agosti, ma tiene anche quello di Casaletto di Sopra-Salvirola, perché crede nella medicina di vicinanza, specie per gli anziani, che non devono essere costretti a lunghe peregrinazioni, «almeno sino a quando i Comuni non organizzeranno un servizio di pullmini per portare i pazienti negli ambulatori». Se la prende con la burocrazia: ad esempio, «tutti dicono che il medico di famiglia è al centro della medicina, però in Regione si sono inventati la scadenza a sei mesi delle ricette per i controlli di follow-up oncologico e del diabete (prima duravano un anno). Così i pazienti vengono da noi per farsi rifare le stesse ricette, che hanno già scritto gli specialisti, con un aggravio di lavoro».
Parlare col proprio medico di disturbi mentali oggi è ancora un “tabù”?
«No, la patologia psichiatrica è stata sdoganata dalla letteratura e soprattutto dal cinema ed oggi ha anzi un suo fascino, non è più uno stigma come una volta. C’è una certa curiosità sulla devianza, solo quando la psicopatologia è grave, comporta un’etichetta e può rendere difficile la vita al paziente».
«No, la patologia psichiatrica è stata sdoganata dalla letteratura e soprattutto dal cinema ed oggi ha anzi un suo fascino, non è più uno stigma come una volta. C’è una certa curiosità sulla devianza, solo quando la psicopatologia è grave, comporta un’etichetta e può rendere difficile la vita al paziente».
Quando ci si accorge del disturbo mentale?
«La nostra società si accorge di questi problemi soltanto in presenza di disturbi comportamentali. Dà fastidio chi si agita, chi rompe le stoviglie, chi (...)».
«La nostra società si accorge di questi problemi soltanto in presenza di disturbi comportamentali. Dà fastidio chi si agita, chi rompe le stoviglie, chi (...)».
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