«Un dolore indicibile»

19 SET 24
Ultimo aggiornamento: 18:25 | 16 MAG 25
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Sempre più numerose le famiglie che si trovano a convivere con un componente malato di Alzheimer. Raccogliamo la testimonianza di Silvia Caporali, funzionaria nell’ufficio legale di un’importante banca, che ha perso due anni fa la mamma, affetta da Alzheimer.
Quando e come ha scoperto la malattia?
«Mia mamma, Lilia Scrivanti, insegnante di francese per circa quarant’anni alle scuole medie,prima in provincia, poi in città, era una donna attiva, disponibile in famiglia, dove non ha mai fatto sentire la sua mancanza pur svolgendo la sua professione con grande serietà e dedizione e aggiornandosi continuamente. Curiosa della vita, era un’abile organizzatrice delle sue giornate, nelle quali riusciva a ricavare del tempo per coltivare la sua passione per il teatro e il cinema, ai quali poté dedicare più tempo una volta andata in pensione. A un certo punto, però, una decina d’anni fa, quando aveva raggiunto gli ottanta’anni, si è resa conto con preoccupazione che stava perdendo la memoria, per cui abbiamo deciso di sottoporla a una TAC, dalla quale è emerso che c’erano delle zone del cervello poco irrorate. Da quel momento, è iniziata una discesa veloce e in tre anni mia madre ha avuto una degenerazione molto pesante, con fasi diverse e importanti. Lei era sempre stata una donna molto decisa, forte, per cui le prime manifestazioni del cambiamento in atto sono state un indurimento del carattere e una sempre maggiore intolleranza che noi suoi familiari non abbiamo collegato al manifestarsi della malattia, perché interpretavamo i suoi comportamenti solo, si fa per dire, come un peggioramento del carattere, tipico con l’avanzare dell’età».
Che percorso avete intrapreso per far fronte alla malattia?
«Per tre anni abbiamo tenuto la mamma a casa, con l’aiuto di quattro/cinque badanti che si sono alternate al suo fianco. Oggi sono convinta che quella decisione non è stata una giusta soluzione, anche perché la mamma sviluppava atteggiamenti incomprensibili, per esempio scappava di casa. In seguito la situazione si è molto aggravata, l’abbiamo vista spegnersi e abbiamo fatto la scelta di ricoverarla all’Istituto Vismara De Petri a San Bassano, dove, una volta arrivata, non ha mai chiesto di tornare a casa. Tra l’altro, è entrata a fine (...)».
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