La Cisa, Bolsena, Roma: il mio viaggio giubilare

Correva l’anno 1999, ero volontario in Burundi. Nelle lunghe notti africane, che iniziavano sempre con una partita a domino con Guido e don Battista, era nata l’idea di un viaggio a Roma, in bici, per l’Anno santo. Loro ci erano già stati due anni prima in una formazione originale e con ruoli ben distribuiti. In bici ci andava solo Guido mentre don Battista lo seguiva in Panda con il compito di trovare trattorie sulla destra.
Inizio giugno 2000, la partenza. Non c’erano né don Battista né Guido. Il sacerdote aveva mille impegni con la sua nuova parrocchia, di ritorno dalla missione, mentre l’anziano volontario era in lista per un’operazione al ginocchio. Ma Guido non voleva passare davanti a nessuno, forse gli altri ne avevano più bisogno.
Per tanti anni avevo sentito parlare del viaggio a Roma in bici di mio papà, con gli scout, nel 1950. Il nonno era contrario, raccontavano, ma poi gli aveva comprato la bici nuova. Era una bella bici, sopravvissuta fino al nuovo secolo, ma non aveva retto, una volta che l’avevo portata in Burundi e prestata a Celestin, a una discesa rompicollo da una delle mille colline, terminata in modo inglorioso contro un paio di vacche. Per Roma, la bici da corsa me l’aveva prestata Guido. Mio padre mi aveva affidato, per l’allenamento, a Marino Scaglia, un amico del Boschetto che aveva preso sul serio il suo ruolo. Tra Casalsigone e Corte de’ Cortesi me la cavavo ancora, ma non avevo superato la prova sulle colline piacentine. Alla fine, il papà mi aveva suggerito di scrivergli una cartolina da Roma, perché le sue previsioni non erano così fiduciose.
Già, quante salite ci sono per andare a Roma? C’è quella della Cisa, poi è tutta in discesa. Più o meno, ma era quello che mi dicevo. Nel programma degli amatori del cc Cremonese che avevo visionato, c’era un’escursione ai monti Volsini, nel Lazio. Ma non essendo indispensabile per arrivare a Roma, l’avevo scartata.
Il passo della Cisa era il vero problema per un neofita della bici da corsa. Ero andato a fare una prova: bici sull’auto fino a Berceto, poi la salita. Al quarto tornante, ho guardato in alto per vedere quanti ne mancavano e sono sceso dalla bici. Poi, mi sono chiesto: ci sarà un’altra strada? In Burundi, a volte capitava che, nelle trasferte della squadra di calcio, ci trovassimo di fronte a un ponte malfermo e pericoloso. Ed eravamo sempre ligi al passaggio evangelico che recitava: per altra strada fecero ritorno a casa. In effetti, un’altra strada per la Cisa c’era: costeggiando il Taro e salendo per Calestano, la salita era molto più graduale.
Alla partenza, dovevo risolvere un altro problema: mi mancava una cena con gli amici. Come al solito, in quegli anni, restavo in vacanza 20 giorni e avevo 21 cene da programmare. Al ritorno da Roma c’era solo il tempo di preparare le valigie… Soluzione: alla fine della prima tappa, poco oltre Parma, mi sono fatto riportare a (...).
Inizio giugno 2000, la partenza. Non c’erano né don Battista né Guido. Il sacerdote aveva mille impegni con la sua nuova parrocchia, di ritorno dalla missione, mentre l’anziano volontario era in lista per un’operazione al ginocchio. Ma Guido non voleva passare davanti a nessuno, forse gli altri ne avevano più bisogno.
Per tanti anni avevo sentito parlare del viaggio a Roma in bici di mio papà, con gli scout, nel 1950. Il nonno era contrario, raccontavano, ma poi gli aveva comprato la bici nuova. Era una bella bici, sopravvissuta fino al nuovo secolo, ma non aveva retto, una volta che l’avevo portata in Burundi e prestata a Celestin, a una discesa rompicollo da una delle mille colline, terminata in modo inglorioso contro un paio di vacche. Per Roma, la bici da corsa me l’aveva prestata Guido. Mio padre mi aveva affidato, per l’allenamento, a Marino Scaglia, un amico del Boschetto che aveva preso sul serio il suo ruolo. Tra Casalsigone e Corte de’ Cortesi me la cavavo ancora, ma non avevo superato la prova sulle colline piacentine. Alla fine, il papà mi aveva suggerito di scrivergli una cartolina da Roma, perché le sue previsioni non erano così fiduciose.
Già, quante salite ci sono per andare a Roma? C’è quella della Cisa, poi è tutta in discesa. Più o meno, ma era quello che mi dicevo. Nel programma degli amatori del cc Cremonese che avevo visionato, c’era un’escursione ai monti Volsini, nel Lazio. Ma non essendo indispensabile per arrivare a Roma, l’avevo scartata.
Il passo della Cisa era il vero problema per un neofita della bici da corsa. Ero andato a fare una prova: bici sull’auto fino a Berceto, poi la salita. Al quarto tornante, ho guardato in alto per vedere quanti ne mancavano e sono sceso dalla bici. Poi, mi sono chiesto: ci sarà un’altra strada? In Burundi, a volte capitava che, nelle trasferte della squadra di calcio, ci trovassimo di fronte a un ponte malfermo e pericoloso. Ed eravamo sempre ligi al passaggio evangelico che recitava: per altra strada fecero ritorno a casa. In effetti, un’altra strada per la Cisa c’era: costeggiando il Taro e salendo per Calestano, la salita era molto più graduale.
Alla partenza, dovevo risolvere un altro problema: mi mancava una cena con gli amici. Come al solito, in quegli anni, restavo in vacanza 20 giorni e avevo 21 cene da programmare. Al ritorno da Roma c’era solo il tempo di preparare le valigie… Soluzione: alla fine della prima tappa, poco oltre Parma, mi sono fatto riportare a (...).
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