Diario di bordo
«In fuga da guerre e persecuzioni». Le storie dei 118 salvati dal mare

C’è Mohamed che è scappato dalla Siria e in Libia lo picchiavano perché un vero musulmano non emigra nei paesi cristiani. Alì che è figlio di profughi palestinesi e per questo il suo passaporto siriano è “di serie B”. Abdul che ha lavorato 13 anni come operatore umanitario con la Croce rossa in Siria, Sudan e Libano e sogna di farlo anche in Italia. E Mabel che dal Bangladesh ha provato a emigrare legalmente in Italia ma per disperazione si è affidato ai trafficanti. Centodiciotto storie diverse, centodiciotto esseri umani - ora al sicuro sulla nave Life Support di Emergency - che a quest’ora sarebbero in fondo al Mediterraneo se una ong non li avesse cercati e trovati. Ieri mattina hanno esultato, quando gli operatori gli hanno detto che sarebbero arrivati in Italia. A poche ore dal loro sbarco a Brindisi, concluso stamattina, raccontano le loro storie di dolore e tenacia, di disperazione e speranza.
Mohamed Iazan è nato a Daraa in Siria, ha 22 anni e gli occhi verdi. «Nel mio paese la vita è impossibile, tra la guerra e i prezzi alle stelle. La mia laurea in economia non mi dava nessun lavoro. Sono andato a Beirut in auto, poi in aereo al Cairo e da lì a Bengasi. Dopo 4 mesi e 2.500 dollari sono partito con una barca, ma le milizie libiche ci hanno riportato in carcere. Poco riso solo una volta al giorno, acqua sporca da bere, bagni luridi: ci siamo tutti ammalati. Ci hanno trasferito in un’altra prigione dove ci picchiavano, dicevano che eravamo kafir, infedeli e blasfemi, perché volevamo andare a vivere tra i cristiani. Ma non ha senso, tutti andremo nello stesso paradiso. Alla fine siamo ripartiti. E voi ci avete salvato la vita».
Alì ha 29 anni ed è nato in Siria da palestinesi scappati dalla loro terra nel 1948. «Sì, profughi della prima generazione. Il mio passaporto siriano non mi dà gli stessi diritti degli altri siriani. Vedi? C’è scritto “Documento di viaggio per rifugiati palestinesi”. E sulla carta d’identità “temporanea”. Non ho cittadinanza, sono apolide. Sono andato a lavorare a Beirut come meccanico. Una sera sono stato investito, per operarmi avrei dovuto pagare, diversamente dai libanesi. Per fortuna ci ha pensato l’Unrwa, l’agenzia Onu per i palestinesi. Ma con la gamba rovinata non mi hanno ripreso in officina. Ho provato ad andare in Turchia, perché per i siriani non serve il visto, mi hanno risposto “No, il tuo passaporto non vale”. E allora sono andato in Libia, dove un trafficante ci ha portato a Bengasi, ho pagato 2.500 dollari. Nemmeno tanto, a un africano avrebbero chiesto molto di più. Ma ci hanno ripresi in mare aperto, e imprigionati in un carcere statale. Con 600 dollari siamo usciti. E siamo ripartiti. Poi ci avete trovati voi, salvandoci da una morte certa in mare».
Abdul Monim Sweed ha 34 anni ed è siriano di Damasco. «Nel 2010 ho cominciato a lavorare nel Jula camp, struttura per profughi iracheni, come operatore per la Croce Rossa e la Mezzaluna Rossa che assistevano donne e bambini. Nel 2017 sarei dovuto partire per combattere, ma io ho sempre lavorato con le organizzazioni umanitarie, sarebbe stato assurdo, la guerra io non la volevo fare. Allora sono andato a lavorare in Sudan con la Croce Rossa, poi nel Darfur, nel supporto psicologico ai minori. L’anno dopo mi sono trasferito a Beirut, dove ho lavorato fino al 2022 in una ong libanese di assistenza sanitaria. A gennaio sono andato in Libia dove ho provato a lavorare con la Mezza luna rossa, ma lì assumevano solo i parenti. E alla fine ho preso anch’io il barcone. Eravamo tutti terrorizzati, durante la traversata ho cercato di sostenerli, gli ho detto che Dio Onnipotente ci avrebbe fatto arrivare sani e salvi. Un giorno abbiamo visto un drone che ci riprendeva. Uno di noi col satellitare ha chiamato un numero di emergenza, parlavano inglese e allora hanno passato il telefono a me che un po' lo parlo. Erano i maltesi, che mi hanno detto che eravamo lontani, non potevano aiutarci, di richiamare più tardi. Allora mi sono affidato a Dio, e lui ci ha salvati. Ora quanto mi piacerebbe lavorare con la Croce Rossa Italiana».
Mabel ha 26 anni e dal Bangladesh ha provato in ogni modo a immigrare legalmente in Italia. «Ma è proprio impossibile. Per questo alla fine dopo tanti giri sono arrivato anch’io a Bengasi. In Libia è tutto in mano alla mafia. Anche la polizia. Hanno il distintivo, ma sono delinquenti: mi hanno arrestato, preso a pugni, appeso e picchiato sulla pianta dei piedi. I miei genitori hanno dovuto mandare 10 mila dollari per farmi uscire. Quelli non sono militari, sono diavoli. Io voglio solo lavorare e rimandare un po’ di soldi a casa. Mi dici come posso fare per avere il permesso di soggiorno?».

