Caro casa, se per vivere a Milano il lavoro non basta

6 NOV 23
Ultimo aggiornamento: 15:439 MAG 25
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È come se ci fossero due città. Due Milano. Una che sale e una che scende. Da una parte “a place to be”, la città degli eventi, del turismo record e delle rendite immobiliari. Dall’altra la città di chi la vive ogni giorno, di chi lavora, di chi ha redditi normali eppure fa fatica. Da una parte la città del business e del lusso, dei manager milionari, e dall’altra la città dove il 57% dei contribuenti milanesi dichiara un reddito lordo inferiore a 26 mila euro all’anno e il 34% un reddito lordo inferiore a 15 mila euro all’anno. Con i prezzi medi delle abitazioni che, fra il 2015 e il 2021, sono cresciuti del 41% (gli affitti medi del 22%), mentre la retribuzione media di operai e impiegati è cresciuta rispettivamente solo del 3 e del 7%. Due volti e una forbice che la dicono tutta sulla “sostenibilità” o l’“abbordabilità” della città. La relazione tra redditi, retribuzioni e costi di accesso alla casa, a Milano. Proprio questo misura il report dell’Osservatorio Casa Abbordabile (Oca) promosso da Ccl (Consorzio Cooperative Lavoratori), Delta Ecopolis in partnership con il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani DAStU) del Politecnico di Milano. «Basta con rapporti che glorificano la ricchezza e il boom del mercato immobiliare di Milano. Andiamo alla realtà: nella città che vanta di essere la più attrattiva e di offrire il miglior mercato del lavoro in Italia, c’è chi un lavoro non ce l’ha, e chi, pur avendolo, non può permettersi una abitazione dignitosa», fa notare Alessandro Maggioni, presidente del Consorzio Cooperative Lavoratori. «Milano – continua – è diventata una città polarizzata tra due punte sempre più distanti: i vincenti e i soccombenti». I numeri che emergono dalla ricerca - coordinata da Massimo Bricocoli, professore di Politiche Urbane e Housing e direttore DAStU Politecnico di Milano, e dal ricercatore Marco Peverini, supportata da un comitato di esperti interdisciplinare e internazionale - sono illuminanti. E preoccupanti. Un campanello d’allarme enorme per il futuro della città.
Il punto di svolta è il 2015, anno di Expo, con dinamiche urbanistiche, sociali ed economiche che sono andate a modificare l’assetto del capoluogo lombardo, con conseguenze sul lungo termine. Guardando i dati relativi al numero di alloggi di edilizia residenziale pubblica, si può notare, poi, come dal 2015 al 2021 nel comune di Milano sono stati richiesti permessi di costruire da enti pubblici per soli 196 alloggi, pari all’1,1% del totale, con una conseguente offerta di alloggi pubblici largamente inferiore alla domanda espressa: nel 2022 sono state presentate domande da 36.946 nuclei familiari a fronte di 1.523 alloggi messi in avviso e di 1.297 alloggi assegnati. Un cambiamento che si è visto anche nell’andamento dei permessi per costruire alloggi di tipo cooperativo, che nel 2012 toccavano il picco del 37% del totale, scendendo quasi a zero nel 2015 e ora fermi attorno al 12%. «Le nuove costruzioni sono sempre più for profit», evidenzia Maggioni, non nascondendo le difficoltà del momento anche per il mondo cooperativo, fra alti costi di produzione e tassi dei mutui al rialzo, «a garantire le risposte necessarie».
A Milano, i contratti di locazione sono cresciuti da 40.165 nel 2015 a 55.830 nel 2021, con canoni in forte crescita: il canone medio registrato da Omi (Osservatorio Mercato Immobiliare dell’Agenzia delle Entrate) è cresciuto da 129,6€/mq annuo nel 2015 a 173,4€/mq annuo nel 2022 (+33,8%), mentre il portale di intermediazione Immobiliare.it per gli stessi anni registra canoni da 182,4€/mq annuo nel 2015 a 239,9€/mq annuo nel 2022 (+31,5%). Per quanto riguarda le compravendite, il prezzo al metro quadro è cresciuto mediamente del 40,7% tra il 2015 e il 2021, con un aumento rilevante delle quotazioni di quei quartieri riconosciuti fino al 2014 come più economici.
Andamenti al rialzo che confliggono con i dati sui redditi. Così calcolando l’indice di metri quadri di abitazione teoricamente abbordabili, un impiegato medio (con retribuzione media annua lorda di 29.219 euro) potrebbe permettersi 16 mq nei quartieri del centro storico, 23 mq in quelli semicentrali, e 40 mq nel resto della città. «Ciò significa che, anche nelle zone periferiche, il mercato residenziale fatica a offrire alle retribuzioni più diffuse una offerta abitativa adeguata - dice Bricocoli -. La condizione lavorativa non è sufficiente per abitare la città. La proprietà immobiliare (di chi già ha oppure eredita), oppure l’aiuto finanziario dei genitori e familiari diventano condizione quasi necessarie per potere abitare e dunque, poter lavorare». Torna la provocazione che fece lo scorso anno, in occasione della festività di Sant’Ambrogio, il nostro arcivescovo, Mario Delpini, sulla «città che corre, la città che riqualifica quartieri e palazzi, la città che fa spazio all'innovazione e all'eccellenza, la città che seduce i turisti e gli uomini d'affari, la città che demolisce le case popolari e costruisce appartamenti a prezzi inaccessibili». E la domanda: «Dove troveranno casa le famiglie giovani, il futuro della città? Dove troveranno casa coloro che in città devono lavorare, studiare, invecchiare?». Interrogativi che restano a Milano, che non è più una città per chi lavora. Dove il lavoro non basta per restarci, emanciparsi, vivere una vita di qualità.