Azzardo, nei gruppi di aiuto: così lavoriamo con ragazzi e famiglie

7 NOV 23
Ultimo aggiornamento: 17:557 MAG 25
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«Ero il primo nemico dei giocatori d’azzardo. Li odiavo. Passavo davanti a una sala giochi e mi veniva voglia di buttarci dentro una bomba. Li consideravo dei degenerati. Invece poi ho capito. Sono semplicemente tanti dottor Jekyll che ogni giorno si devono confrontare con il loro mister Hyde». Giovanni (nome di fantasia, ndr) è il papà di un 36enne laziale risucchiato dal vortice delle scommesse .
Da 5 anni l’uomo frequenta il gruppo di auto aiuto dell’associazione Gam-Anon, riservato a familiari e amici di “giocatori compulsivi”. Perché la ludopatia non colpisce solo chi ne soffre, ma produce anche danni collaterali devastanti nella cerchia degli affetti più cari. «Chi vive accanto a una persona vittima dell’azzardo attraversa fiumi di dolore - premette Giovanni -. Frequentare un gruppo di mutuo aiuto consente di condividere la sofferenza e riconoscere i segni di una vera e propria malattia. Mentre gli altri parlano comprendi che i sintomi sono gli stessi, e questo ti aiuta ad accettare in qualche modo la tua situazione. Più che cercare soluzioni, impari a convivere con il problema».
Il cambio d’approccio è radicale. «Smetti di combattere come un Don Chisciotte, inizi a concentrarti su te stesso e a vivere con “amorevole” distacco”: non da tuo figlio, ma dall’azzardo. Prima mi arrabbiavo, lo controllavo di continuo. Quando ho capito che non serviva, che stavo sbagliando tutto, ho pianto come un disperato. Adesso ho iniziato semplicemente a pronunciare dei “no”. Non gli do più soldi da tempo. Lui ha percepito il cambiamento mio e di mia moglie, che frequenta il gruppo con me, e questo l’ha responsabilizzato. La malattia persiste, ma qualche cambiamento si inizia a vedere».
Il gruppo, che segue il metodo dei “dodici passi”, sulla falsariga degli alcolisti anonimi, favorisce la consapevolezza. Soprattutto sul fatto che nessuno ce la fa da solo. «Seguiamo un percorso di risveglio spirituale – spiega Giovanni – ci si appiglia a un potere superiore. Per qualcuno è il gruppo stesso, per qualcuno è Dio. Io sono cattolico, e tra chi ci aiuta ci sono anche molte parrocchie. Ci chiamano, ci prestano le sale. Ma c’è posto per gente di qualsiasi credo. Nessuno ti giudica, l’importante è ascoltare gli altri».
I familiari si riuniscono nella stanza accanto a quella dei ludopatici, una volta al mese si incontrano faccia a faccia. «Cadono pregiudizi, sensi di colpa e false convinzioni. Una su tutte: pensare che chi gioca lo faccia per i soldi. Non è così, perché nessuno vince. Magari sì, ti capita di riuscirci ogni tanto, ma la volta dopo rigiochi e perdi più di quello che avevi vinto. Chi gioca lo fa solo per provare la scossa di adrenalina. Questo spiega anche il fenomeno dei giovani calciatori che scommettono: i soldi servono solo per continuare a puntare».
Per procurarseli il ludopatico è disposto a tutto: una autentica dipendenza. «Con mio figlio tutto è iniziato così – sospira Giovanni -: sparizioni di denaro in casa, una bugia dietro l’altra. Ha perso tutto, lavoro e fidanzata. Quando sei vittima dell’azzardo chiudi gli occhi e non vedi nient’altro».
I gruppi anonimi dedicati ai familiari in Italia sono una quarantina, sparsi in tutte le regioni. La Sardegna ne è sprovvista, ma chi lo desidera può collegarsi con le riunioni altrui in streaming. In tutto le persone coinvolte sono circa 300. Ma il numero è destinato a salire, le richieste d’aiuto piovono anche da italiani all’estero. «Solo negli ultimi 6 mesi abbiamo ricevuto quasi cento chiamate – fanno sapere dall’associazione – arrivano quasi tutte da genitori di figli che scommettono online». Un’emergenza senza fine. «Mio figlio aveva iniziato con i gratta&vinci – conferma Giovanni – ma poi è passato alle scommesse. E quando è scoppiato il Covid tutto è precipitato: costretto a restare in casa, ha cominciato a puntare attraverso lo smartphone. Un peggioramento esponenziale, senza freni». Ricette miracolose non ce ne sono. «L’arma migliore, per tentar e di cambiare le cose, è la franchezza. Nel gruppo raccontiamo la nostra esperienza. Senza interruzioni. Un flusso di parole ed emozioni. Capisci che arrabbiarsi non serve a nulla. Meglio tendere la mano, in puro spirito cristiano. Un abbraccio è più potente di mille rimproveri».